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	<title>Riabilitart &#187; dolore</title>
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		<title>CAPSULITE ADESIVA</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 09:06:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni. La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-399" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260-300x166.jpg" alt="Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260" width="300" height="166" /></a></p>
<p>La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni.<br />
La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i sintomi vengono associata a una generica “infiammazione” o più semplicemente a un dolore a livello del collo. Il ritardo nel corretto trattamento allunga così i tempi di guarigione.<br />
La malattia si sviluppa principalmente in tre fasi:<br />
-Nella prima fase, che di solito dura tre o quattro mesi, si verifica il “congelamento”, ossia la progressiva perdita di movimento della spalla e un’acutizzazione del dolore.<br />
-Nella seconda fase, che generalmente dura da quattro mesi a un anno, il dolore diminuisce leggermente ma la rigidità della spalla rimane. Nei casi più gravi si può verificare anche l’intorpidimento della mano.<br />
-La terza fase è quella di “scongelamento”, che di solito dura da uno a tre anni; è questo il periodo del recupero, totale o parziale, del movimento e del graduale ritorno alla normalità.</p>
<p>Questa condizione si verifica quando la capsula del tessuto connettivo (cioè quella struttura che insieme ai legamenti regola il movimento della spalla) si restringe e si infiamma, impedendo così la normale articolarità.<br />
Alcuni studi rivelano che le persone affette da diabete hanno maggiori probabilità di sviluppare questa patologia, ma anche coloro che soffrono di malattie autoimmuni o della tiroide sarebbero maggiormente predisposte alla malattia.<br />
Infine potrebbero influire anche le immobilizzazioni forzate per un certo periodo, a seguito di un infortunio o di un intervento chirurgico sia a carico della spalla che della mammella.<br />
Il tempestivo trattamento della malattia è fondamentale per ridurre velocemente il dolore e accelerare il processo di guarigione con il recupero del movimento.<br />
L’evoluzione della capsulite adesiva è tendenzialmente benigna e questa condizione può anche risolversi spontaneamente. Per trattare la sintomatologia iniziale è generalmente indicata una terapia cortisonica orale e invitiamo il paziente a cercare di muovere il braccio nel rispetto del dolore, cercando di non far irrigidire ulteriormente l’articolazione. In questa fase iniziale si può anche consigliare lo sporadico utilizzo di un tutore per limitare il dolore. A questo scopo è possibile anche sottoporsi a una terapia a base di campi elettromagnetici come la tecar. Appena possibile, occorre affidarsi al fisioterapista per il recupero funzionale dell’articolazione e dunque della mobilità. Bisogna infatti evitare che la spalla si irrigidisca ulteriormente.<br />
Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le quotidiane attività del paziente, si può intervenire chirurgicamente in artroscopia. Questo però avviene in casi piuttosto rari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="https://www.humanitas.it/news/20452-spalla-congelata-limportanza-un-trattamento-tempestivo">www.humanitas.it</a></p>
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		<title>SINDROME DEL TUNNEL CARPALE</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 08:53:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita. La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale.jpg"><img class=" size-medium wp-image-380 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale-300x225.jpg" alt="tunnel-carpale" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita.<br />
La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e tendono a farsi più acuti e insopportabili durante la notte. Un esame obiettivo accurato è sufficiente, molto spesso, per diagnosticare il disturbo; tuttavia, in alcuni casi, il medico richiede ulteriori controlli per accertarsi che non vi siano altre patologie in atto. La terapia può essere conservativa o chirurgica, a seconda della gravità e della durata della sintomatologia.</p>
<p>Il tunnel carpale è una struttura osteo-legamentosa, fatta ad arco e situata tra la parte interna del polso e il palmo della mano. Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e allo stesso tempo motorio, denominato nervo mediano. Lateralmente e posteriormente al tunnel carpale, ci sono le ossa della mano, dette anche ossa carpali. Il nervo mediano origina circa a livello dell&#8217;ascella, scorre lungo tutto il braccio e, passando attraverso il polso, raggiunge il palmo e le dita della mano (escluso il mignolo).<br />
Esso ha sia una funzione sensitiva, in quanto provvede alle capacità tattili del palmo della mano, sia una funzione motoria, in quanto permette di muovere il pollice, l&#8217;indice, il medio e una parte dell&#8217;anulare.</p>
<p>La sindrome del tunnel carpale può colpire chiunque. Tuttavia, secondo diversi studi statistici, insorge prevalentemente in età medio-avanzata, attorno cioè ai 45-60 anni, e colpisce più donne che uomini (il rapporto, infatti, è di 3 a 1 per il sesso femminile). La sindrome del tunnel carpale insorge quando il nervo mediano, a livello del tunnel carpale, subisce una compressione nervosa tale per cui perde parte della sua funzione sensitiva e parte della sua funzione motoria.<br />
La sindrome del tunnel carpale colpisce il polso, il palmo della mano e le dita controllate dal nervo mediano (ovvero pollice, indice, medio e parte dell&#8217;anulare). I sintomi principali come dicecvamo sono tre: formicolio, senso di intorpidimento  e dolore.<br />
Essi compaiono in modo graduale, mai improvvisamente, e tendono a peggiorare in due situazioni: nel corso della notte, forse a causa delle involontarie flessioni del polso, e mettendo continuamente in tensione le articolazioni interessate.<br />
Nella maggior parte dei casi, il medico diagnostica la sindrome del tunnel carpale con un esame obiettivo accurato e con una valutazione meticolosa della storia clinica e delle abitudini del paziente. Tuttavia, in alcune rare circostanze, deve ricorrere a degli esami più specifici, come per esempio l&#8217;elettromiografia, per assicurarsi che i disturbi non siano dovuti a cause diverse.<br />
Il trattamento terapeutico per la sindrome del tunnel carpale dipende dalla gravità e dalla durata dei sintomi. Infatti, la terapia è conservativa (cioè non chirurgica) quando i disturbi al nervo mediano sono moderati, sopportabili e presenti da pochi mesi; è invece chirurgica quando la sintomatologia è intensa, tale da condizionare la vita quotidiana, e in atto da almeno 6 mesi.</p>
<p>Per quanto riguarda le terapie più idonee da eseguire sono sicuramente manipolazioni fasciali per allentare la tensione sul nervo e il trattamento osteopatico per il riequilibrio di tutta la zona, mentre per sfiammare il nervo mediano le terapie più indicate sono l&#8217;esecuzione di tecarterapia e laserterapia.<br />
fonte://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-tunnel-carpale.html</p>
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		<title>SINDROME FEMORO-ROTULEA</title>
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		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 07:37:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="justify"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-368" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408-300x168.jpg" alt="sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408" width="300" height="168" /></a></p>
<p align="justify">La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline sportive, che prevedano dei piegamenti degli arti inferiori di una certa entità, come ad esempio la danza oppure il sollevamento pesi, possono contribuire, in atleti che posseggano una predispozione di tipo anatomico-funzionale, all’insorgenza della patologia.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea è costituita da un insieme di alterazioni morfofunzionali che determinano l’insorgenza di una gonalgia anteriore. Da un punto di vista eziopatologico le alterazioni che si possono ritrovare alla base della sindrome femoro-rotulea, sono essenzialmente riconducibili ad un malallineamento, oppure ad una displasia della rotula e/o della troclea femorale. Occorre comunque ricordare che le alterazioni funzionali delle strutture anatomiche sovra e sottostanti, come ad esempio le variazioni assiali o rotazionali dell’arto inferiore, oppure le alterazioni morfo-funzionali del piede, possono influire negativamente sulla meccanica dell’articolazione femoro-rotulea. Da un punto di vista anatomico, la rotula è un osso sesamoide, di forma grossolanamente triangolare, posta internamente al tendine del muscolo quadricipite. Meccanicamente la rotula, articolandosi con il solco trocleare del femore, costituisce il fulcro di tutto il meccanismo estensorio dell’arto inferiore. La rotula si trova a contatto con il femore a partire dai 15°-20° di flessione e sino alla flessione articolare completa (Insall e coll., 1983). Sia le superfici articolari della rotula stessa, che quelle del solco trocleare, sono rivestite da una cartilagine articolare spessa mediamente dai 4 ai 6 mm. I normali meccanismi di scorrimento dell’articolazione femoro-rotulea vengono controllati da fattori statici, ossia non contrattili e dinamici, ossia contrattili. I fattori statici sono costituiti dalle dimensioni della rotula, dei condili femorali e dalle loro dimensioni, dalla forma e dall’angolo del solco trocleare e dall’allineamento dell’arto inferiore. I principali stabilizzatori meccanici della rotula sono il muscolo vasto laterale (VL) ed il vasto mediale obliquo (VMO), porzione terminale del vasto mediale che si inserisce con un angolo di circa 55° sul bordo mediale della rotula (Brownstein e coll., 1985). Inoltre, il tratto ileo tibiale ed il capo corto del bicipite femorale, per la loro azione di controllo sulla rotazione tibiale , possono essere, a tutti gli effetti, considerati anch’essi degli stabilizzatori dinamici che concorrono al controllo dell’angolo Q (Kettelkamp, 1981). Nell’ambito della sindrome femoro-rotulea, la biomeccanica articolare riveste un ruolo fondamentale. Infatti, un’anormalità di forma e/o di posizione della rotula stessa, ha una ricaduta diretta sulla sua funzionalità, determinandone un alterato scorrimento nel solco trocleare. Un cattivo scorrimento rotuleo può portare ad un’alterazione cartilaginea comunemente riferita come condrosi od artrosi, la cui eziologia è da ricondursi all’azione di forze compressive non adeguatamente ripartite sull’intera superficie dell’articolazione femoro-rotulea stessa. Un aumento dell’ampiezza dei movimenti in flessione del ginocchio, come richiesto da molte attività ludico-sportive, aumentando l’entità delle forze di compressione a livello femoro-rotuleo, può causare un’alterazione della superficie articolare, riscontrabile anche in individui giovani.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea, di cui si riscontra una maggior incidenza nella popolazione femminile rispetto a quella maschile, è caratterizzata da dolore costante nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio. Talvolta si può verificare uno pseudo-blocco articolare di natura antalgica. L’ampiezza di movimento risulta comunque, nella maggior parte ridotta, a questo si associa un’importante ipotonotrofia del muscolo quadricipite. Nel processo di cronicizzazione possono essere coinvolte le strutture molli articolari come il tendine rotuleo, la borsa sovrapatellare, prepatellare ed anserina, il cuscinetto adiposo infrarotuleo, i retinacoli mediale e laterale, le pliche mediale, laterale e superiore, il nervo safeno a livello del tubercolo degli adduttori od al tendine della zampa d’oca (Roels e coll., 1978; Patel, 1986). Spesso il gonfiore è localizzato nell’area del recesso sovrarotuleo ed è dovuto ad infiammazione del tessuto sinoviale, della borsa sovrarotulea e del cuscinetto adiposo sovrarotuleo. Frequentemente si verificano episodi di cedimento essenzialmente imputabili ad inibizione muscolare secondaria a dolore e/o edema articolare (Brownstein e coll., 1985; Kennedy e coll., 1982). Durante alcune attività, come ad esempio il salire o lo scendere le scale, il paziente può percepire una sensazione di scroscio e crepitio, non sempre associata a sintomatologia dolorosa. Generalmente camminare in salita provoca meno dolore di quanto non si provi camminando in discesa, questo è dovuto al fatto che il ginocchio sotto carico in salita, raggiunge un angolazione pari a circa 50°, mentre in discesa l’angolo di flessione raggiunge circa gli 80° . Tipico è il cosiddetto “segno del cinema”, ossia la sintomatologia dolorosa che il paziente percepisce nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio, dopo aver mantenuto quest’ultimo in posizione flessa per un tempo piuttosto prolungato. All’esame clinico si evoca dolore richiedendo una contrazione isometrica, contro resistenza, in un range compreso tra 0 e 20° di flessione. Inoltre, nell’ambito di un’instabilità di II° grado, il test di apprensione risulta positivo. La radiografia convenzionale, effettuata in diversi angoli di flessione del ginocchio e soprattutto la RM, confermano la diagnosi clinica.</p>
<p align="justify">Nella fase acuta il trattamento conservativo deve essere essenzialmente rivolto alla diminuzione del dolore ed alla ripresa di una normale funzionalità articolare. Crioterapia, TECAR e laser costituiscono le terapie strumentali maggiormente adatte a questo scopo. Parallelamente può essere iniziato un programma di rinforzamento selettivo, tramite ES del VMO, muscolo che si rivela essenziale nel controllo dell’allineamento rotuleo (Grabiner e coll., 1986; Williams e coll., 1986). L’atleta deve, ovviamente, interrompere tutte quelle attività che scatenano la sintomatologia dolorosa. L’utilizzo di un taping e/o di un tutore medializzante, può essere di grande aiuto nella riduzione del dolore. Una volta risolta la fase acuta, la seconda parte del trattamento deve essere basata sul rinforzo selettivo del VMO e sulla detensione del VL e degli ischiocrurali. Durante le esercitazioni per la muscolatura estensoria effettuate in CKC, occorre limitare la flessione articolare per evitare di provocare un eccessiva pressione sull’articolazione femoro-rotulea.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">fonte: http://www.kinemovecenter.it/guida-alla-patologia/ginocchio/non-traumatiche/sindrome-femoro-rotulea/</p>
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		<title>SINDROME DEL PIRIFORME</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 10:10:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-360 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/01/piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260-300x195.jpg" alt="piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260" width="300" height="195" /></p>
<p>La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista e il 21% non sa rispondere alla domanda “cos’è?”, o mostra perplessità sull’argomento. Questo è il motivo per cui spesso questa sindrome non è diagnosticata oppure viene scambiata per lombosciatalgia.</p>
<p>Il muscolo piriforme può diventare ipertrofico (più grande) e rigido, questi fenomeni possono causare la cosiddetta<strong> sindrome del muscolo piriforme</strong> (o sindrome del piriforme).<br />
Una disfunzione del muscolo piriforme può causare una rotazione anteriore del bacino. Questa sindrome, scambiata spesso per trocanterite ovvero infiammazione dell’inserzione tendinea sul grande trocantere del femore, colpisce soprattutto le femmine (rapporto 6:1 rispetto ai maschi), nei casi più gravi può essere invalidante, tanto da limitare le attività quotidiane.</p>
<p>Questo muscolo svolge la rotazione esterna del femore con l’anca in posizione neutra, mentre se l’anca è flessa oltre 90° allora il piriforme la ruota internamente.<br />
Nell’80-90% dei soggetti il nervo sciatico decorre anteriormente al piriforme, nel 10/15% il nervo sciatico attraversa completamente o parzialmente il muscolo piriforme, nei casi rimasti si divide in due parti: porzione peroniera e tibiale, le quali passano posteriormente e anteriormente al muscolo. Di solito è un disturbo unilaterale, ma in certi casi può diventare bilaterale con il passare del tempo.</p>
<p>Il soggetto affetto da sindrome del piriforme sente dolore al centro del gluteo che si può irradiare lungo la parte posteriore della coscia fino al ginocchio. I movimenti più dolorosi sono le rotazioni, in particolare girarsi nel letto e accavallare le gambe da seduto. Nella maggioranza dei casi le fitte si presentano stando seduti perché si appoggia il peso sul muscolo piriforme, inoltre è possibile sentire fastidio dopo qualche minuto di cammino.</p>
<p>La sciatica può essere causata dalla sindrome del muscolo piriforme, ossia intrappolamento del nervo sciatico mentre passa adiacente al muscolo.<br />
Il test Lasegue di solito è negativo, ma i movimenti contro resistenza in abduzione o adduzione provocano dolore forte o terribile.<br />
Se il fastidio raggiunge il ginocchio, alcuni pazienti hanno una deambulazione con zoppia perché ad ogni passo provano dolore in quella zona, ma nella maggioranza dei soggetti, il movimento e il cammino danno sollievo.</p>
<p>Il dolore da sciatica è insopportabile e può essere causato da un’ernia del disco, una massa tumorale, stenosi lombare, un’ematoma interno dei muscoli ischio-crurali (semimembranoso, semitendinoso e bicipite femorale), oppure dal muscolo piriforme che in caso di infiammazione aumenta di volume e comprime il nervo sciatico provocando fitte al gluteo e alla gamba.<br />
La frequenza è maggiore di quanto si pensa, in uno studio compiuto su 240 pazienti con dolore lungo il decorso dello sciatico, nel 40% la causa era la Sindrome del Piriforme.<br />
Spesso si confonde la lombosciatalgia da ernia del disco con la sindrome del piriforme perché entrambe danno dolore lungo il decorso del nervo sciatico.<br />
È possibile confondere questo dolore anche con quello provocato dalla degenerazione e fissurazione del disco intervertebrale nella sua componente esterna (anulus fibroso), infatti i sintomi si avvertono sulla zona più alta del gluteo e sulla cresta iliaca.</p>
<p>Il dolore da compressione dello sciatico può essere dato dallo schiacciamento verso la zona esterna del grande forame ischiatico o dal soffocamento tra i fasci del Piriforme.<br />
La differenza tra Sindrome del Piriforme e Lombo-Sciatalgia sta nella zona di partenza del dolore, nel primo caso inizia dalle vertebre sacrali, ma in quella zona è minima, mentre nel secondo il dolore parte a livello lombare con forte dolore, soprattutto nel movimento di estensione in piedi. Una disfunzione del muscolo piriforme può essere accompagnata da dolore inguinale, mal di pancia e nell’interno coscia.</p>
<p>Per quanto riguarda il trattamento di questa patologia, le terapie più consigliate sono l&#8217;utilizzo di Tecar terapia e la manipolazione fasciale, dolorosa per il paziente, ma il cui punto di forza è che lavora sulla causa del problema e non sui sintomi. Il muscolo piriforme dev’essere trattato anche se il paziente arriva in ambulatorio solo con la lombalgia perché questo muscolo può causare la rotazione del bacino e provocare mal di schiena.</p>
<p>La ripresa dell’attività sportiva (o lavorativa) deve avvenire in modo graduale.<br />
È buona norma non tenere il portafogli nella tasca dei pantaloni, inoltre bisognerebbe dormire con un cuscino tra le ginocchia per mantenere il muscolo rilassato. Non si possono sapere in anticipo i tempi di guarigione di questo disturbo, ma se il paziente ha la sindrome del piriforme e nessun altro disturbo lombare o sacrale, con le cure adatte può guarire completamente in poche sedute (circa 3 settimane); mentre se la persona soffre anche di altri disturbi lombari (per esempio l’infiammazione del nervo sciatico), i sintomi possono rimanere per molti mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.fisioterapiarubiera.com/dolore-anca/sindrome-del-piriforme/</p>
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		<title>sindrome di Osgood-Schlatter</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2016 12:08:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome di Osgood-Schlatter, nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi. Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg"><img class=" size-full wp-image-342 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg" alt="osgood schlatter" width="279" height="181" /></a></p>
<p>La sindrome di Osgood-Schlatter<em><strong>, </strong></em>nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi.</p>
<p>Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25-30% dei casi circa, la malattia di Osgood-Schlatter colpisce bilateralmente.</p>
<p class="subtitle"><strong>LE CAUSE</strong></p>
<p>Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba (ovvero il quadricipite); il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i <em>plié</em> (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale.</p>
<p>Il problema si verifica essenzialmente a causa delle microfratture cartilaginee (e conseguente infiammazione) legate alle ripetute estensioni del ginocchio effettuate nel corso dell’attività fisica; l’infiammazione che si verifica provoca dolore e tumefazione, in particolar modo nel periodo post-attività. Una volta che l’apofisi tibiale è completamente ossificata, l’inserzione del tendine rotuleo non avviene più su una struttura cartilaginea, di per sé piuttosto delicata, ma su una zona ossea e, conseguentemente, il dolore viene a cessare.</p>
<p class="subtitle"><b>I SINTOMI</b></p>
<p>La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata, come già accennato nel paragrafo precedente, dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia; l’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale.</p>
<p>Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori.</p>
<p>Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.</p>
<p class="subtitle"><b>LA DIAGNOSI</b></p>
<p>La diagnosi della malattia di Osgood-Schlatter non pone particolari problemi e lo specialista potrebbe effettuarla basandosi soltanto sulla presenza di dolore e tumefazione a livello dell’apofisi tibiale. Spesso, comunque, il medico prescrive una radiografia.</p>
<p>L’esame radiografico, generalmente, viene effettuato anche sull’arto controlaterale per permettere una migliore valutazione delle condizioni della tuberosità della tibia; il reperto radiografico mostra spesso una tuberosità tibiale dall’aspetto irregolare e in qualche caso frammentato.</p>
<p>L’indagine radiografica, oltre a precisare lo stadio di evoluzione della malattia, consente di verificare la presenza o meno di altre forme di osteocondrosi a carico del ginocchio.</p>
<p class="subtitle"><b>TRATTAMENTO</b></p>
<p>L’approccio terapeutico al morbo di Osgood-Schlatter è abbastanza semplice e si avvale in prima istanza della sospensione dell’attività sportiva traumatica che, a seconda del grado di gravità della malattia, potrebbe durare diverse settimane o addirittura alcuni mesi. In questo senso, il morbo di Osgood-Schlatter ha un peso abbastanza rilevante nella vita dei ragazzi.</p>
<p>Nella fase acuta è possibile ricorrere alla crioterapia e a farmaci di tipo analgesico sia locali che sistemici. Il ricorso ai fans deve comunque essere effettuato con una certa cautela in quanto si tratta di farmaci con effetti collaterali di non poco conto.</p>
<p>Alcuni autori propongono anche l’immobilizzazione del ginocchio tramite una ginocchiera gessata (Ehrenborg, il primo autore a sostenere l’utilità dell’immobilizzazione, aveva osservato una riduzione dei tempi necessari alla guarigione pari a circa il 50%), ma tale pratica non trova tutti concordi.</p>
<p>sicuramente interventi fondamentali da effettuare sono sedute di tecar terapia che hanno dimostrato di ridurre notevolmente i tempi di recupero. Il ricorso alla chirurgia è da considerarsi un’evenienza molto rara, se non addirittura rarissima, da riservarsi a casi particolarmente gravi.</p>
<p>Superata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva; il programma rieducativo avrà lo scopo di rinforzare la muscolatura, soprattutto il quadricipite e i muscoli ischio-crurali. Alcuni autori consigliano l’effettuazione di esercizi di stretching del muscolo quadricipite allo scopo di diminuire la trazione che il tendine rotuleo esercita sull’apofisi tibiale.</p>
<p>In questa fase di ripresa è possibile praticare sport atraumatici come il nuoto, eccezion fatta per lo stile a rana, e il ciclismo, ovviamente su percorsi facili e pianeggianti.</p>
<p>Il decorso della malattia è generalmente benigno e ha una durata media di circa due anni.</p>
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		<title>LO STRESS</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2016 13:44:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[neurovegetativo]]></category>
		<category><![CDATA[parasimpatico]]></category>
		<category><![CDATA[simpatico]]></category>
		<category><![CDATA[stress]]></category>

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		<description><![CDATA[Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo. Risposta “combatti o fuggi” E’ di Cannon la descrizione della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-336" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS-294x300.png" alt="STRESS" width="294" height="300" /></a></p>
<p>Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo.</p>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph"><strong>Risposta “combatti o fuggi”</strong></div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">E’ di Cannon la descrizione della risposta allo stress acuto, conosciuta anche come la risposta “combatti o fuggi”, o “fight or flight”, termine da esso coniato intorno al 1930. Si tratta di una reazione fisiologica che si verifica in presenza di qualcosa terrificante, sia mentalmente che fisicamente.<br />
Egli si rese conto che una catena di reazioni, che si verificano rapidamente all’interno del corpo, aiutano mobilitare le risorse dell’organismo per affrontare situazioni minacciose.</div>
<div class="paragraph">In risposta allo stress acuto, il sistema nervoso simpatico del corpo è attivato a causa dell’improvviso rilascio di ormoni, stimolando le ghiandole surrenali e innescando il rilascio di catecolamine, tra cui l’adrenalina e la noradrenalina. Ciò si traduce in un aumento della frequenza cardiaca e respiratoria e della pressione sanguigna. Dopo che la minaccia svanisce, ci vogliono da 20 a 60 minuti per l’organismo ritornare ai livelli normali pre-eccitazione.</div>
<div class="paragraph">In sostanza, questa risposta prepara il corpo per combattere o fuggire dalla minaccia. E’ importante notare che la risposta può essere attivata da minacce sia reali che immaginarie.</div>
<p>Cannon ha sviluppato anche il<strong> concetto di omeostasi</strong>, prendendo spunto dall’idea di ambiente interno formulata da <strong>Claude Bernard</strong>. Altri teorici continuarono a sviluppare l’idea che l’organismo cerca di mantenere l’<strong>Omeostasi</strong> e di rispondere a sfide inaspettate.</p>
<p>Hans Selye, nel 1935, propose la teoria della “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>”, che esaminava l’azione e le conseguenze degli stressor, ossia i fattori di stress sulla salute dell’organismo. Il suo ragionamento suggerì che ogni organismo debba essere capace di adattarsi all’ambiente e alle condizioni sociali “<em>stressanti</em>” e, potenzialmente, a rischio di vita.<br />
Queste risposte adattative devono essere non specifiche, perché devono essere capaci di rispondere ad una miriade di condizioni estreme, che sia estremo calore o freddo, mancanza di cibo, trauma, malattia o condizioni psicologiche come paura.</p>
<p>Il fattore limite di questa capacità, secondo Selye, era l’energia d’adattamento dell’organismo. Cioè, il corpo è capace di adattarsi agli stressor fino ad un certo punto. <strong>Stress prolungati</strong> possono diminuire o esaurire questa capacità e, quando ciò avviene, il corpo è sottoposto a rischio di male-adattamento e malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sindrome Generale di Adattamento</strong></p>
<p>La “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>” è la risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di <em>stressor</em>.</p>
<p>Gli <strong>stressors</strong>, o fattori stressanti, più comuni sono:</p>
<div class="paragraph">
<ol>
<li><strong>Biologici</strong>: batteri, virus, parassiti, muffe, funghi ecc.</li>
<li><strong>Chimici</strong>: tossine, pesticidi, metalli pesanti, tabacco, stupefacenti ecc.</li>
<li><strong>Ambientali</strong>: campi elettromagnetici, radiazioni, cambiamenti barometrici o di altitudine, allergeni, obblighi o richieste dell’ambiente sociale ecc.</li>
<li><strong>Nutrizionali</strong>: intolleranze o allergia ad alimenti.</li>
<li><strong>Fisici</strong>: trauma, interventi chirurgici, lesioni, insonnia, infezioni, fatica, gravidanza ecc.</li>
<li><strong>Psicologici</strong>: rabbia, paura, ansietà,  depressione, impegni lavorativi ecc.</li>
<li><strong>Spirituali</strong>: perdita del senso della vita, malattie dell’anima.</li>
</ol>
<p>Tutti questi fattori minacciano la normale <strong>Omeostasi </strong>del corpo, e affliggono fortemente le funzioni fisiologiche e psicologiche.</div>
<div class="paragraph">Secondo Selye, l’evoluzione della sindrome d’adattamento avviene in tre fasi principali, ognuna relazionata ad un <strong>meccanismo biochimico</strong> e un’<strong>attività metabolica</strong>:</div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">
<em><strong>Allarme:</strong></em></p>
<ul>
<li>L’organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento, sia fisici che mentali.</li>
<li>Es. aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare e dell’eccitazione (attivazione psicofisiologica).</li>
<li>Risposta adattativa allo stress, l’<strong>asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA)</strong> attiva il sistema nervoso e le ghiandole surrenali.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Resistenza:</strong></em></p>
<ul>
<li>Il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole.</li>
<li>Es. ghiandole surrenali.</li>
<li>Adattamento allo stress.</li>
<li>Fase anabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Esaurimento</strong></em>:</p>
<ul>
<li>Se gli stressor continuano ad agire ripetutamente, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica.</li>
<li>Perdita della capacità d’adattamento.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
</div>
<p>Dipendendo dalla fase, lo <strong>stress </strong>può portare a delle alterazioni a livello ormonale, così come nel sistema immunitario, cardiaco e nelle funzioni gastro-intestinali.<br />
<strong>Stress prolungati </strong>comportano effetti prevedibili sul corpo, e le conseguenze psicologiche e fisiologiche di uno stress acuto o cronico possono perdurare ben oltre la fine dell’evento stressante di per sé. Gli studi di H. Selye, basati sul concetto di <strong>Omeostasi</strong>, continuano ad essere la base della ricerca sullo stress e le patologie ad esso collegate. Tuttavia, più recentemente alcuni ricercatori stanno rivisitando<strong> il concetto di stress e il ruolo dell’Omeostasi</strong>, sotto una nuova luce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.marcopaonessa.it</p>
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		<title>EPICONDILITE &#8211; gomito del tennista</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/epicondilite-gomito-del-tennista/</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2015 13:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione fasciale]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[epicondilite]]></category>
		<category><![CDATA[gomito del tennista]]></category>

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		<description><![CDATA[L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite.jpg"><img class=" size-medium wp-image-325 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite-300x238.jpg" alt="epicondilite" width="300" height="238" /></a></p>
<p>L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la mano ponendo il palmo verso il basso. L’area sopra il gomito, appunto è quella interessata dall’epicondilite, ovvero l’infiammazione dei muscoli che si inseriscono sull’epicondilo.</p>
<p>Spesso erroneamente, viene chiamata anche <strong>Gomito del tennista,</strong> in quanto il tennis è uno di quegli sport che spesso genera  infiammazioni all’epicondilo, ma va ricordato che anche altri soggetti possono esserne colpiti, come muratori e manovali, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.</p>
<h5><strong>CAUSE</strong></h5>
<p>Generalmente vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata la compresenza di patologie  a carico del rachide cervicale (c5-c6-c7), e proprio la compresenza di cervicalgia deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento per incompletezza di trattamento alla fonte del problema.</p>
<h5><strong>DIAGNOSI</strong></h5>
<p>Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione. Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Alla palpazione quasi sempre si apprezzano un paio di cordoni mialgici nel muscolo corto supinatore e nei muscoli radiali. Altro segno quasi certo è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, sopratutto del medio.</p>
<h5 class="video-youtube"><strong>TRATTAMENTO</strong></h5>
<p>Generalmente questa patologia è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( al primo dolore si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico). Se persiste la sintomatologia dolorosa, va preso in esame il trattamento di fisioterapia per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.</p>
<p>Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare Prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.</p>
<p>Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: Borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenere sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).</p>
<p>Durante la giornata, è possibile provare a migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. Tale tutore può essere usato anche durante gli allenamenti nel tennis, o durante le sessioni in moto.</p>
<p>Nel caso in cui i consigli sopra descritti non dovessero sortire un adeguato risultato, si può passare al trattamento ribilitativo che prevede una serie di metodologie da mettere in atto: il fisioterapista, valuta l’area coinvolta nell’infiammazione, andando ad analizzare quale muscolo è maggiormente doloroso. Si valuta anche il movimento che da maggiore dolore, ed eventualmente se vi è una corrispondenza a livello cervicale, per poterla trattare direttamente. Successivamente si può intervenire attraverso manipolazioni e un consistente lavoro sulla componente miofasciale in modo da allentare le tensioni che hanno generato quest&#8217;infiammazione e il suddetto lavoro può essere coadiuvato dall&#8217;azione di terapie fisiche quali tecarterapia, laser yag ad alta potenza o onde d&#8217;urto; sempre al fine di ridurre l&#8217;infiammazione.</p>
<p>Altri fattori da non sottovalutare sono un&#8217;adeguato stretching, in quanto un giusto allungamento permette un movimento corretto di tutte le strutture e l&#8217;utilizzo del kinesiotape per la riduzione dell&#8217;edema e dalla congestione.</p>
<p>È previsto inoltre in letteratura il trattamento con mesoterapia e infiltrazioni con cortisone e acido ialuronico.</p>
<h5><strong> TRATTAMENTO CHIRURGICO</strong></h5>
<p>La chirurgia è riservata a quelle situazioni in cui il trattamento non invasivo, non ha sortito i giusti risultati. Va comunque ricordato, che il trattamento di una epicondilite, può durare anche diverse sedute (anche 15-20 sedute possono essere necessarie a contrastare i casi cronici o molto resistenti).</p>
<p>Le tecniche chirurgiche più utilizzate sono:</p>
<ul>
<li>denervazione dell’epicondilo (Kaplan, Wihelm)</li>
<li>escissione del tessuto patologico del tendine</li>
<li>disinserzione del tendine a raschiamento dell’epicondilo (hohmann) associato eventualmente a una sezione del legamento anulare</li>
<li>allungamento del secondo radiale</li>
<li>ablazione dello pseudomenisco o delle frange sinoviali</li>
<li>liberazione della branca posteriore del nervo radiale</li>
<li>disinserzione dei muscoli epicondilei</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="http://www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/">www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/</a></p>
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		<title>DOLORE MUSCOLARE AD INSORGENZA RITARDATA (DOMS)</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/dolore-muscolare-ad-insorgenza-ritardata-doms/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2015 14:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[acido lattico]]></category>
		<category><![CDATA[dolore muscolare]]></category>
		<category><![CDATA[DOMS]]></category>
		<category><![CDATA[lesione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness, ovvero Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata) è un fenomeno che si presenta in maniera molto frequente nei giorni immediatamente successivi ad una attività fisica intensa, specie nei soggetti poco allenati. A tutti, infatti, sarà capitato in più di una occasione (soprattutto dopo un lungo periodo di inattività specifica) di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/11/tessuto_muscolare_striato_scheletrico.jpg"><img class=" size-medium wp-image-321 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/11/tessuto_muscolare_striato_scheletrico-300x220.jpg" alt="tessuto_muscolare_striato_scheletrico" width="300" height="220" /></a></p>
<p>Il <strong>DOMS</strong> (<strong>Delayed Onset Muscle Soreness</strong>, ovvero Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata) è un fenomeno che si presenta in maniera molto frequente nei giorni immediatamente successivi ad una attività fisica intensa, specie nei soggetti poco allenati.</p>
<p>A tutti, infatti, sarà capitato in più di una occasione (soprattutto dopo un lungo periodo di inattività specifica) di avvertire il mattino seguente una corsa, una partita di calcio o una seduta in palestra, un dolore intenso e diffuso a livello degli arti principalmente impiegati il giorno precedente.</p>
<p>E&#8217; luogo comune pensare che i dolori muscolari post allenamento siano causati dall&#8217;accumulo di <strong>acido lattico</strong> nell&#8217;organismo, ma questa concezione, oggi, è stata ampiamente superata.</p>
<p>Il lattato, prodotto durante una intensa attività anaerobica, tende a diminuire al termine dello sforzo muscolare in quanto, il suo stesso ciclo metabolico fa si che le concentrazioni nel sangue tornino a livelli normali già dopo qualche minuto: ciò consente un graduale smaltimento anche a livello muscolare nel giro di qualche ora.</p>
<p>La comparsa di dolore è, invece, da attribuirsi alla comparsa di micro lesioni a livello delle fibre muscolari coinvolte dovute a contrazioni di tipo <strong>eccentrico</strong>: questo fenomeno è conosciuto come <strong>DOMS</strong>.</p>
<p>In modalità eccentrica, infatti, il muscolo viene allungato mentre è contratto (come ad esempio accade quando freniamo la caduta di un oggetto o ci pieghiamo sulle gambe) e se lo sforzo è troppo elevato, alcune delle sue strutture non reggono la tensione, andando incontro ad una serie di alterazioni biochimiche:</p>
<ul>
<li>modifiche della permeabilità del sarcolemma con deficit della pompa Na/K e conseguenti squilibri elettrolitici;</li>
<li>abbassamento del PH e creazione di un ambiente acido con innesco di enzimi lisosomiali ad azione proteolitica;</li>
<li>lisi della miofibrille (la presenza in concentrazioni elevate nel sangue dell&#8217;enzima CK, creatinchinasi, è indice, tra le altre cose, di danno muscolare);</li>
<li>innesco del processo infiammatorio;</li>
<li>turnover delle proteine muscolari.</li>
</ul>
<p>Il processo impiega diverse ore per svilupparsi pienamente e questo spiega il ritardo con cui si verifica l&#8217;insorgenza dei sintomi della DOMS (<strong>perdita di forza</strong>, <strong>dolore</strong>, <strong>fragilità muscolare</strong>, <strong>rigidità</strong> e <strong>gonfiore</strong>) che, dopo il raggiungimento del loro picco nell&#8217;arco delle 48 ore, tendono a risolversi dopo qualche giorno.</p>
<p>La comparsa del DOMS non deve essere confusa con le lesioni muscolari localizzate ed acute quali stiramenti o &#8220;strappi&#8221; che, invece, si verificano in determinate aree di un muscolo e provocano dolore acuto durante lo svolgimento di una attività, tanto da impederne, nella maggior parte dei casi, la prosecuzione.</p>
<p>L&#8217;entità del <strong>Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata</strong> è strettamente correlata alle condizioni fisiche del soggetto che svolge l&#8217;attività fisica e sarà direttamente proporzionale allo stress fisico applicato alle sue strutture muscolari (parametri da tenere in considerazione sono carico, ripetizioni, escursione articolare e tempi di recupero): facile intuire che, fin quando non sarà cessato il dolore (e quindi il &#8220;turnover muscolare&#8221;), sarà opportuno non insistere con ulteriori azioni stressanti.</p>
<p>Concludendo, la presenza del DOMS è indice di un allenamento intenso ed efficace ma non per questo è da ricercare continuamente: infatti, una giusta programmazione dell&#8217;allenamento, graduale e personalizzato, può garantire un training corretto e funzionale evitando l&#8217;insorgenza di dolore.</p>
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