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	<title>Riabilitart &#187; fisioterapia</title>
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		<title>CAPSULITE ADESIVA</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 09:06:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni. La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-399" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260-300x166.jpg" alt="Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260" width="300" height="166" /></a></p>
<p>La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni.<br />
La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i sintomi vengono associata a una generica “infiammazione” o più semplicemente a un dolore a livello del collo. Il ritardo nel corretto trattamento allunga così i tempi di guarigione.<br />
La malattia si sviluppa principalmente in tre fasi:<br />
-Nella prima fase, che di solito dura tre o quattro mesi, si verifica il “congelamento”, ossia la progressiva perdita di movimento della spalla e un’acutizzazione del dolore.<br />
-Nella seconda fase, che generalmente dura da quattro mesi a un anno, il dolore diminuisce leggermente ma la rigidità della spalla rimane. Nei casi più gravi si può verificare anche l’intorpidimento della mano.<br />
-La terza fase è quella di “scongelamento”, che di solito dura da uno a tre anni; è questo il periodo del recupero, totale o parziale, del movimento e del graduale ritorno alla normalità.</p>
<p>Questa condizione si verifica quando la capsula del tessuto connettivo (cioè quella struttura che insieme ai legamenti regola il movimento della spalla) si restringe e si infiamma, impedendo così la normale articolarità.<br />
Alcuni studi rivelano che le persone affette da diabete hanno maggiori probabilità di sviluppare questa patologia, ma anche coloro che soffrono di malattie autoimmuni o della tiroide sarebbero maggiormente predisposte alla malattia.<br />
Infine potrebbero influire anche le immobilizzazioni forzate per un certo periodo, a seguito di un infortunio o di un intervento chirurgico sia a carico della spalla che della mammella.<br />
Il tempestivo trattamento della malattia è fondamentale per ridurre velocemente il dolore e accelerare il processo di guarigione con il recupero del movimento.<br />
L’evoluzione della capsulite adesiva è tendenzialmente benigna e questa condizione può anche risolversi spontaneamente. Per trattare la sintomatologia iniziale è generalmente indicata una terapia cortisonica orale e invitiamo il paziente a cercare di muovere il braccio nel rispetto del dolore, cercando di non far irrigidire ulteriormente l’articolazione. In questa fase iniziale si può anche consigliare lo sporadico utilizzo di un tutore per limitare il dolore. A questo scopo è possibile anche sottoporsi a una terapia a base di campi elettromagnetici come la tecar. Appena possibile, occorre affidarsi al fisioterapista per il recupero funzionale dell’articolazione e dunque della mobilità. Bisogna infatti evitare che la spalla si irrigidisca ulteriormente.<br />
Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le quotidiane attività del paziente, si può intervenire chirurgicamente in artroscopia. Questo però avviene in casi piuttosto rari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="https://www.humanitas.it/news/20452-spalla-congelata-limportanza-un-trattamento-tempestivo">www.humanitas.it</a></p>
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		<title>SINDROME DEL TUNNEL CARPALE</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 08:53:48 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita. La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale.jpg"><img class=" size-medium wp-image-380 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale-300x225.jpg" alt="tunnel-carpale" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita.<br />
La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e tendono a farsi più acuti e insopportabili durante la notte. Un esame obiettivo accurato è sufficiente, molto spesso, per diagnosticare il disturbo; tuttavia, in alcuni casi, il medico richiede ulteriori controlli per accertarsi che non vi siano altre patologie in atto. La terapia può essere conservativa o chirurgica, a seconda della gravità e della durata della sintomatologia.</p>
<p>Il tunnel carpale è una struttura osteo-legamentosa, fatta ad arco e situata tra la parte interna del polso e il palmo della mano. Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e allo stesso tempo motorio, denominato nervo mediano. Lateralmente e posteriormente al tunnel carpale, ci sono le ossa della mano, dette anche ossa carpali. Il nervo mediano origina circa a livello dell&#8217;ascella, scorre lungo tutto il braccio e, passando attraverso il polso, raggiunge il palmo e le dita della mano (escluso il mignolo).<br />
Esso ha sia una funzione sensitiva, in quanto provvede alle capacità tattili del palmo della mano, sia una funzione motoria, in quanto permette di muovere il pollice, l&#8217;indice, il medio e una parte dell&#8217;anulare.</p>
<p>La sindrome del tunnel carpale può colpire chiunque. Tuttavia, secondo diversi studi statistici, insorge prevalentemente in età medio-avanzata, attorno cioè ai 45-60 anni, e colpisce più donne che uomini (il rapporto, infatti, è di 3 a 1 per il sesso femminile). La sindrome del tunnel carpale insorge quando il nervo mediano, a livello del tunnel carpale, subisce una compressione nervosa tale per cui perde parte della sua funzione sensitiva e parte della sua funzione motoria.<br />
La sindrome del tunnel carpale colpisce il polso, il palmo della mano e le dita controllate dal nervo mediano (ovvero pollice, indice, medio e parte dell&#8217;anulare). I sintomi principali come dicecvamo sono tre: formicolio, senso di intorpidimento  e dolore.<br />
Essi compaiono in modo graduale, mai improvvisamente, e tendono a peggiorare in due situazioni: nel corso della notte, forse a causa delle involontarie flessioni del polso, e mettendo continuamente in tensione le articolazioni interessate.<br />
Nella maggior parte dei casi, il medico diagnostica la sindrome del tunnel carpale con un esame obiettivo accurato e con una valutazione meticolosa della storia clinica e delle abitudini del paziente. Tuttavia, in alcune rare circostanze, deve ricorrere a degli esami più specifici, come per esempio l&#8217;elettromiografia, per assicurarsi che i disturbi non siano dovuti a cause diverse.<br />
Il trattamento terapeutico per la sindrome del tunnel carpale dipende dalla gravità e dalla durata dei sintomi. Infatti, la terapia è conservativa (cioè non chirurgica) quando i disturbi al nervo mediano sono moderati, sopportabili e presenti da pochi mesi; è invece chirurgica quando la sintomatologia è intensa, tale da condizionare la vita quotidiana, e in atto da almeno 6 mesi.</p>
<p>Per quanto riguarda le terapie più idonee da eseguire sono sicuramente manipolazioni fasciali per allentare la tensione sul nervo e il trattamento osteopatico per il riequilibrio di tutta la zona, mentre per sfiammare il nervo mediano le terapie più indicate sono l&#8217;esecuzione di tecarterapia e laserterapia.<br />
fonte://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-tunnel-carpale.html</p>
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		<title>IL KINESIO TAPE</title>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 06:39:04 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di cerotto elastico in cotone, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica. Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-376" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg" alt="KinesioTape" width="296" height="265" /></a></p>
<p>Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di <strong>cerotto elastico in cotone</strong>, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica.<br />
Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della circolazione dei fluidi venosi e linfatici e della temperatura corporea. Se correttamente applicato questo speciale cerotto può quindi potenziare gli effetti del trattamento riabilitativo attenuando dolori causati da contratture o tensioni muscolari o riducendo edemi ed ematomi sottocutanei.</p>
<p>La nascita di questa metodica risale agli anni Settanta ed è opera di un chiropratico giapponese, il dottor <strong>Kenzo Kase</strong>. La prima “apparizione” internazionale è stata in occasione delle Olimpiadi di Seul nel 1988 con la Nazionale Giapponese di Pallavolo, ma nel corso degli anni la sua diffusione ha raggiunto tutto il mondo. In Europa la prima comparsa è avvenuta in occasione delle Olimpiadi di Atene nel 2004.</p>
<p>L’epidermide è dotata di una serie di ricettori nervosi che attraverso degli stimoli esterni possono comunicare con i muscoli sottostanti. Questi cerotti, applicati sulla pelle, possono, a seconda della posizione, della direzione e della tensione, <strong>inibire un muscolo sovraccaricato e contratto</strong>, che preme sui ricettori del dolore, o viceversa stimolarne uno ipotonico. In questo modo si attenua il dolore e si ripristina progressivamente la funzione motoria.</p>
<p>Nella cura degli edemi è in grado di ridurre il dolore e <strong>facilitare il drenaggio linfatico </strong>mediante il sollevamento della pelle. Viene applicato sulla cute, tagliato a forma di ventaglio. In questo modo il cerotto determina una serie di convoluzioni della pelle, simili a piccole onde, che vanno ad agire sul flusso linfatico come pompe di drenaggio, favorendo così il riassorbimento dell’edema. La sua applicazione può aiutare a ridurre l’infiammazione, la fatica e il dolore muscolare.<br />
Il cerotto è in grado, infine, di svolgere una funzione propriocettiva, ossia di <strong>protezione del tendine e del legamento</strong>, poichè aiuta a mantenere in posizione corretta le articolazioni e aumenta la percezione di stabilità sulla meccanica articolare</p>
<p>Il vantaggio rispetto ai tradizionali bendaggi è dovuto al fatto che si tratta di un prodotto elastico, non rigido, che consente quindi agli sportivi di muoversi meglio, più liberamente, e al contempo di essere comunque protetti. <strong>E’ in puro cotone e privo di lattice</strong>, in questo modo si riducono quindi anche i rischi di sviluppare forme allergiche o di irritazione alla pelle.</p>
<p>Ne consegue, infine, per lo sportivo una maggiore sicurezza a livello psicologico. Ciò che conta, tuttavia, è che questo effetto non si trasformi in una forma di dipendenza e che lo sportivo non ne possa più fare a meno, anche senza una reale esigenza, come si è già verificato in alcuni casi.</p>
<p>&nbsp;</p>
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<p>fonte: http://www.humanitasalute.it</p>
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]]></content:encoded>
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		<title>SINDROME FEMORO-ROTULEA</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-femoro-rotulea/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 07:37:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="justify"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-368" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408-300x168.jpg" alt="sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408" width="300" height="168" /></a></p>
<p align="justify">La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline sportive, che prevedano dei piegamenti degli arti inferiori di una certa entità, come ad esempio la danza oppure il sollevamento pesi, possono contribuire, in atleti che posseggano una predispozione di tipo anatomico-funzionale, all’insorgenza della patologia.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea è costituita da un insieme di alterazioni morfofunzionali che determinano l’insorgenza di una gonalgia anteriore. Da un punto di vista eziopatologico le alterazioni che si possono ritrovare alla base della sindrome femoro-rotulea, sono essenzialmente riconducibili ad un malallineamento, oppure ad una displasia della rotula e/o della troclea femorale. Occorre comunque ricordare che le alterazioni funzionali delle strutture anatomiche sovra e sottostanti, come ad esempio le variazioni assiali o rotazionali dell’arto inferiore, oppure le alterazioni morfo-funzionali del piede, possono influire negativamente sulla meccanica dell’articolazione femoro-rotulea. Da un punto di vista anatomico, la rotula è un osso sesamoide, di forma grossolanamente triangolare, posta internamente al tendine del muscolo quadricipite. Meccanicamente la rotula, articolandosi con il solco trocleare del femore, costituisce il fulcro di tutto il meccanismo estensorio dell’arto inferiore. La rotula si trova a contatto con il femore a partire dai 15°-20° di flessione e sino alla flessione articolare completa (Insall e coll., 1983). Sia le superfici articolari della rotula stessa, che quelle del solco trocleare, sono rivestite da una cartilagine articolare spessa mediamente dai 4 ai 6 mm. I normali meccanismi di scorrimento dell’articolazione femoro-rotulea vengono controllati da fattori statici, ossia non contrattili e dinamici, ossia contrattili. I fattori statici sono costituiti dalle dimensioni della rotula, dei condili femorali e dalle loro dimensioni, dalla forma e dall’angolo del solco trocleare e dall’allineamento dell’arto inferiore. I principali stabilizzatori meccanici della rotula sono il muscolo vasto laterale (VL) ed il vasto mediale obliquo (VMO), porzione terminale del vasto mediale che si inserisce con un angolo di circa 55° sul bordo mediale della rotula (Brownstein e coll., 1985). Inoltre, il tratto ileo tibiale ed il capo corto del bicipite femorale, per la loro azione di controllo sulla rotazione tibiale , possono essere, a tutti gli effetti, considerati anch’essi degli stabilizzatori dinamici che concorrono al controllo dell’angolo Q (Kettelkamp, 1981). Nell’ambito della sindrome femoro-rotulea, la biomeccanica articolare riveste un ruolo fondamentale. Infatti, un’anormalità di forma e/o di posizione della rotula stessa, ha una ricaduta diretta sulla sua funzionalità, determinandone un alterato scorrimento nel solco trocleare. Un cattivo scorrimento rotuleo può portare ad un’alterazione cartilaginea comunemente riferita come condrosi od artrosi, la cui eziologia è da ricondursi all’azione di forze compressive non adeguatamente ripartite sull’intera superficie dell’articolazione femoro-rotulea stessa. Un aumento dell’ampiezza dei movimenti in flessione del ginocchio, come richiesto da molte attività ludico-sportive, aumentando l’entità delle forze di compressione a livello femoro-rotuleo, può causare un’alterazione della superficie articolare, riscontrabile anche in individui giovani.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea, di cui si riscontra una maggior incidenza nella popolazione femminile rispetto a quella maschile, è caratterizzata da dolore costante nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio. Talvolta si può verificare uno pseudo-blocco articolare di natura antalgica. L’ampiezza di movimento risulta comunque, nella maggior parte ridotta, a questo si associa un’importante ipotonotrofia del muscolo quadricipite. Nel processo di cronicizzazione possono essere coinvolte le strutture molli articolari come il tendine rotuleo, la borsa sovrapatellare, prepatellare ed anserina, il cuscinetto adiposo infrarotuleo, i retinacoli mediale e laterale, le pliche mediale, laterale e superiore, il nervo safeno a livello del tubercolo degli adduttori od al tendine della zampa d’oca (Roels e coll., 1978; Patel, 1986). Spesso il gonfiore è localizzato nell’area del recesso sovrarotuleo ed è dovuto ad infiammazione del tessuto sinoviale, della borsa sovrarotulea e del cuscinetto adiposo sovrarotuleo. Frequentemente si verificano episodi di cedimento essenzialmente imputabili ad inibizione muscolare secondaria a dolore e/o edema articolare (Brownstein e coll., 1985; Kennedy e coll., 1982). Durante alcune attività, come ad esempio il salire o lo scendere le scale, il paziente può percepire una sensazione di scroscio e crepitio, non sempre associata a sintomatologia dolorosa. Generalmente camminare in salita provoca meno dolore di quanto non si provi camminando in discesa, questo è dovuto al fatto che il ginocchio sotto carico in salita, raggiunge un angolazione pari a circa 50°, mentre in discesa l’angolo di flessione raggiunge circa gli 80° . Tipico è il cosiddetto “segno del cinema”, ossia la sintomatologia dolorosa che il paziente percepisce nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio, dopo aver mantenuto quest’ultimo in posizione flessa per un tempo piuttosto prolungato. All’esame clinico si evoca dolore richiedendo una contrazione isometrica, contro resistenza, in un range compreso tra 0 e 20° di flessione. Inoltre, nell’ambito di un’instabilità di II° grado, il test di apprensione risulta positivo. La radiografia convenzionale, effettuata in diversi angoli di flessione del ginocchio e soprattutto la RM, confermano la diagnosi clinica.</p>
<p align="justify">Nella fase acuta il trattamento conservativo deve essere essenzialmente rivolto alla diminuzione del dolore ed alla ripresa di una normale funzionalità articolare. Crioterapia, TECAR e laser costituiscono le terapie strumentali maggiormente adatte a questo scopo. Parallelamente può essere iniziato un programma di rinforzamento selettivo, tramite ES del VMO, muscolo che si rivela essenziale nel controllo dell’allineamento rotuleo (Grabiner e coll., 1986; Williams e coll., 1986). L’atleta deve, ovviamente, interrompere tutte quelle attività che scatenano la sintomatologia dolorosa. L’utilizzo di un taping e/o di un tutore medializzante, può essere di grande aiuto nella riduzione del dolore. Una volta risolta la fase acuta, la seconda parte del trattamento deve essere basata sul rinforzo selettivo del VMO e sulla detensione del VL e degli ischiocrurali. Durante le esercitazioni per la muscolatura estensoria effettuate in CKC, occorre limitare la flessione articolare per evitare di provocare un eccessiva pressione sull’articolazione femoro-rotulea.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">fonte: http://www.kinemovecenter.it/guida-alla-patologia/ginocchio/non-traumatiche/sindrome-femoro-rotulea/</p>
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		<title>SINDROME DEL PIRIFORME</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-del-piriforme/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 10:10:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-360 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/01/piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260-300x195.jpg" alt="piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260" width="300" height="195" /></p>
<p>La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista e il 21% non sa rispondere alla domanda “cos’è?”, o mostra perplessità sull’argomento. Questo è il motivo per cui spesso questa sindrome non è diagnosticata oppure viene scambiata per lombosciatalgia.</p>
<p>Il muscolo piriforme può diventare ipertrofico (più grande) e rigido, questi fenomeni possono causare la cosiddetta<strong> sindrome del muscolo piriforme</strong> (o sindrome del piriforme).<br />
Una disfunzione del muscolo piriforme può causare una rotazione anteriore del bacino. Questa sindrome, scambiata spesso per trocanterite ovvero infiammazione dell’inserzione tendinea sul grande trocantere del femore, colpisce soprattutto le femmine (rapporto 6:1 rispetto ai maschi), nei casi più gravi può essere invalidante, tanto da limitare le attività quotidiane.</p>
<p>Questo muscolo svolge la rotazione esterna del femore con l’anca in posizione neutra, mentre se l’anca è flessa oltre 90° allora il piriforme la ruota internamente.<br />
Nell’80-90% dei soggetti il nervo sciatico decorre anteriormente al piriforme, nel 10/15% il nervo sciatico attraversa completamente o parzialmente il muscolo piriforme, nei casi rimasti si divide in due parti: porzione peroniera e tibiale, le quali passano posteriormente e anteriormente al muscolo. Di solito è un disturbo unilaterale, ma in certi casi può diventare bilaterale con il passare del tempo.</p>
<p>Il soggetto affetto da sindrome del piriforme sente dolore al centro del gluteo che si può irradiare lungo la parte posteriore della coscia fino al ginocchio. I movimenti più dolorosi sono le rotazioni, in particolare girarsi nel letto e accavallare le gambe da seduto. Nella maggioranza dei casi le fitte si presentano stando seduti perché si appoggia il peso sul muscolo piriforme, inoltre è possibile sentire fastidio dopo qualche minuto di cammino.</p>
<p>La sciatica può essere causata dalla sindrome del muscolo piriforme, ossia intrappolamento del nervo sciatico mentre passa adiacente al muscolo.<br />
Il test Lasegue di solito è negativo, ma i movimenti contro resistenza in abduzione o adduzione provocano dolore forte o terribile.<br />
Se il fastidio raggiunge il ginocchio, alcuni pazienti hanno una deambulazione con zoppia perché ad ogni passo provano dolore in quella zona, ma nella maggioranza dei soggetti, il movimento e il cammino danno sollievo.</p>
<p>Il dolore da sciatica è insopportabile e può essere causato da un’ernia del disco, una massa tumorale, stenosi lombare, un’ematoma interno dei muscoli ischio-crurali (semimembranoso, semitendinoso e bicipite femorale), oppure dal muscolo piriforme che in caso di infiammazione aumenta di volume e comprime il nervo sciatico provocando fitte al gluteo e alla gamba.<br />
La frequenza è maggiore di quanto si pensa, in uno studio compiuto su 240 pazienti con dolore lungo il decorso dello sciatico, nel 40% la causa era la Sindrome del Piriforme.<br />
Spesso si confonde la lombosciatalgia da ernia del disco con la sindrome del piriforme perché entrambe danno dolore lungo il decorso del nervo sciatico.<br />
È possibile confondere questo dolore anche con quello provocato dalla degenerazione e fissurazione del disco intervertebrale nella sua componente esterna (anulus fibroso), infatti i sintomi si avvertono sulla zona più alta del gluteo e sulla cresta iliaca.</p>
<p>Il dolore da compressione dello sciatico può essere dato dallo schiacciamento verso la zona esterna del grande forame ischiatico o dal soffocamento tra i fasci del Piriforme.<br />
La differenza tra Sindrome del Piriforme e Lombo-Sciatalgia sta nella zona di partenza del dolore, nel primo caso inizia dalle vertebre sacrali, ma in quella zona è minima, mentre nel secondo il dolore parte a livello lombare con forte dolore, soprattutto nel movimento di estensione in piedi. Una disfunzione del muscolo piriforme può essere accompagnata da dolore inguinale, mal di pancia e nell’interno coscia.</p>
<p>Per quanto riguarda il trattamento di questa patologia, le terapie più consigliate sono l&#8217;utilizzo di Tecar terapia e la manipolazione fasciale, dolorosa per il paziente, ma il cui punto di forza è che lavora sulla causa del problema e non sui sintomi. Il muscolo piriforme dev’essere trattato anche se il paziente arriva in ambulatorio solo con la lombalgia perché questo muscolo può causare la rotazione del bacino e provocare mal di schiena.</p>
<p>La ripresa dell’attività sportiva (o lavorativa) deve avvenire in modo graduale.<br />
È buona norma non tenere il portafogli nella tasca dei pantaloni, inoltre bisognerebbe dormire con un cuscino tra le ginocchia per mantenere il muscolo rilassato. Non si possono sapere in anticipo i tempi di guarigione di questo disturbo, ma se il paziente ha la sindrome del piriforme e nessun altro disturbo lombare o sacrale, con le cure adatte può guarire completamente in poche sedute (circa 3 settimane); mentre se la persona soffre anche di altri disturbi lombari (per esempio l’infiammazione del nervo sciatico), i sintomi possono rimanere per molti mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.fisioterapiarubiera.com/dolore-anca/sindrome-del-piriforme/</p>
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		<title>sindrome di Osgood-Schlatter</title>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2016 12:08:42 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
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		<description><![CDATA[La sindrome di Osgood-Schlatter, nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi. Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg"><img class=" size-full wp-image-342 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg" alt="osgood schlatter" width="279" height="181" /></a></p>
<p>La sindrome di Osgood-Schlatter<em><strong>, </strong></em>nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi.</p>
<p>Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25-30% dei casi circa, la malattia di Osgood-Schlatter colpisce bilateralmente.</p>
<p class="subtitle"><strong>LE CAUSE</strong></p>
<p>Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba (ovvero il quadricipite); il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i <em>plié</em> (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale.</p>
<p>Il problema si verifica essenzialmente a causa delle microfratture cartilaginee (e conseguente infiammazione) legate alle ripetute estensioni del ginocchio effettuate nel corso dell’attività fisica; l’infiammazione che si verifica provoca dolore e tumefazione, in particolar modo nel periodo post-attività. Una volta che l’apofisi tibiale è completamente ossificata, l’inserzione del tendine rotuleo non avviene più su una struttura cartilaginea, di per sé piuttosto delicata, ma su una zona ossea e, conseguentemente, il dolore viene a cessare.</p>
<p class="subtitle"><b>I SINTOMI</b></p>
<p>La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata, come già accennato nel paragrafo precedente, dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia; l’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale.</p>
<p>Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori.</p>
<p>Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.</p>
<p class="subtitle"><b>LA DIAGNOSI</b></p>
<p>La diagnosi della malattia di Osgood-Schlatter non pone particolari problemi e lo specialista potrebbe effettuarla basandosi soltanto sulla presenza di dolore e tumefazione a livello dell’apofisi tibiale. Spesso, comunque, il medico prescrive una radiografia.</p>
<p>L’esame radiografico, generalmente, viene effettuato anche sull’arto controlaterale per permettere una migliore valutazione delle condizioni della tuberosità della tibia; il reperto radiografico mostra spesso una tuberosità tibiale dall’aspetto irregolare e in qualche caso frammentato.</p>
<p>L’indagine radiografica, oltre a precisare lo stadio di evoluzione della malattia, consente di verificare la presenza o meno di altre forme di osteocondrosi a carico del ginocchio.</p>
<p class="subtitle"><b>TRATTAMENTO</b></p>
<p>L’approccio terapeutico al morbo di Osgood-Schlatter è abbastanza semplice e si avvale in prima istanza della sospensione dell’attività sportiva traumatica che, a seconda del grado di gravità della malattia, potrebbe durare diverse settimane o addirittura alcuni mesi. In questo senso, il morbo di Osgood-Schlatter ha un peso abbastanza rilevante nella vita dei ragazzi.</p>
<p>Nella fase acuta è possibile ricorrere alla crioterapia e a farmaci di tipo analgesico sia locali che sistemici. Il ricorso ai fans deve comunque essere effettuato con una certa cautela in quanto si tratta di farmaci con effetti collaterali di non poco conto.</p>
<p>Alcuni autori propongono anche l’immobilizzazione del ginocchio tramite una ginocchiera gessata (Ehrenborg, il primo autore a sostenere l’utilità dell’immobilizzazione, aveva osservato una riduzione dei tempi necessari alla guarigione pari a circa il 50%), ma tale pratica non trova tutti concordi.</p>
<p>sicuramente interventi fondamentali da effettuare sono sedute di tecar terapia che hanno dimostrato di ridurre notevolmente i tempi di recupero. Il ricorso alla chirurgia è da considerarsi un’evenienza molto rara, se non addirittura rarissima, da riservarsi a casi particolarmente gravi.</p>
<p>Superata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva; il programma rieducativo avrà lo scopo di rinforzare la muscolatura, soprattutto il quadricipite e i muscoli ischio-crurali. Alcuni autori consigliano l’effettuazione di esercizi di stretching del muscolo quadricipite allo scopo di diminuire la trazione che il tendine rotuleo esercita sull’apofisi tibiale.</p>
<p>In questa fase di ripresa è possibile praticare sport atraumatici come il nuoto, eccezion fatta per lo stile a rana, e il ciclismo, ovviamente su percorsi facili e pianeggianti.</p>
<p>Il decorso della malattia è generalmente benigno e ha una durata media di circa due anni.</p>
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		<title>EPICONDILITE &#8211; gomito del tennista</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2015 13:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione fasciale]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[epicondilite]]></category>
		<category><![CDATA[gomito del tennista]]></category>

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		<description><![CDATA[L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite.jpg"><img class=" size-medium wp-image-325 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite-300x238.jpg" alt="epicondilite" width="300" height="238" /></a></p>
<p>L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la mano ponendo il palmo verso il basso. L’area sopra il gomito, appunto è quella interessata dall’epicondilite, ovvero l’infiammazione dei muscoli che si inseriscono sull’epicondilo.</p>
<p>Spesso erroneamente, viene chiamata anche <strong>Gomito del tennista,</strong> in quanto il tennis è uno di quegli sport che spesso genera  infiammazioni all’epicondilo, ma va ricordato che anche altri soggetti possono esserne colpiti, come muratori e manovali, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.</p>
<h5><strong>CAUSE</strong></h5>
<p>Generalmente vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata la compresenza di patologie  a carico del rachide cervicale (c5-c6-c7), e proprio la compresenza di cervicalgia deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento per incompletezza di trattamento alla fonte del problema.</p>
<h5><strong>DIAGNOSI</strong></h5>
<p>Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione. Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Alla palpazione quasi sempre si apprezzano un paio di cordoni mialgici nel muscolo corto supinatore e nei muscoli radiali. Altro segno quasi certo è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, sopratutto del medio.</p>
<h5 class="video-youtube"><strong>TRATTAMENTO</strong></h5>
<p>Generalmente questa patologia è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( al primo dolore si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico). Se persiste la sintomatologia dolorosa, va preso in esame il trattamento di fisioterapia per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.</p>
<p>Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare Prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.</p>
<p>Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: Borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenere sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).</p>
<p>Durante la giornata, è possibile provare a migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. Tale tutore può essere usato anche durante gli allenamenti nel tennis, o durante le sessioni in moto.</p>
<p>Nel caso in cui i consigli sopra descritti non dovessero sortire un adeguato risultato, si può passare al trattamento ribilitativo che prevede una serie di metodologie da mettere in atto: il fisioterapista, valuta l’area coinvolta nell’infiammazione, andando ad analizzare quale muscolo è maggiormente doloroso. Si valuta anche il movimento che da maggiore dolore, ed eventualmente se vi è una corrispondenza a livello cervicale, per poterla trattare direttamente. Successivamente si può intervenire attraverso manipolazioni e un consistente lavoro sulla componente miofasciale in modo da allentare le tensioni che hanno generato quest&#8217;infiammazione e il suddetto lavoro può essere coadiuvato dall&#8217;azione di terapie fisiche quali tecarterapia, laser yag ad alta potenza o onde d&#8217;urto; sempre al fine di ridurre l&#8217;infiammazione.</p>
<p>Altri fattori da non sottovalutare sono un&#8217;adeguato stretching, in quanto un giusto allungamento permette un movimento corretto di tutte le strutture e l&#8217;utilizzo del kinesiotape per la riduzione dell&#8217;edema e dalla congestione.</p>
<p>È previsto inoltre in letteratura il trattamento con mesoterapia e infiltrazioni con cortisone e acido ialuronico.</p>
<h5><strong> TRATTAMENTO CHIRURGICO</strong></h5>
<p>La chirurgia è riservata a quelle situazioni in cui il trattamento non invasivo, non ha sortito i giusti risultati. Va comunque ricordato, che il trattamento di una epicondilite, può durare anche diverse sedute (anche 15-20 sedute possono essere necessarie a contrastare i casi cronici o molto resistenti).</p>
<p>Le tecniche chirurgiche più utilizzate sono:</p>
<ul>
<li>denervazione dell’epicondilo (Kaplan, Wihelm)</li>
<li>escissione del tessuto patologico del tendine</li>
<li>disinserzione del tendine a raschiamento dell’epicondilo (hohmann) associato eventualmente a una sezione del legamento anulare</li>
<li>allungamento del secondo radiale</li>
<li>ablazione dello pseudomenisco o delle frange sinoviali</li>
<li>liberazione della branca posteriore del nervo radiale</li>
<li>disinserzione dei muscoli epicondilei</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="http://www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/">www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/</a></p>
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		<title>CORE STABILITY</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/core-stability/</link>
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		<pubDate>Tue, 01 Sep 2015 08:06:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[core]]></category>
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		<category><![CDATA[postura]]></category>
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		<description><![CDATA[Core stability è un’espressione che ricorre in molti ambiti sportivi; viene infatti citata a proposito di sport molto diversi fra loro (calcio, corsa, pallavolo, tennis ecc.).  Se la traduzione del termine Stability appare immediata, quella di Core lo è sicuramente meno. Core è un termine inglese che significa centro, cuore (in senso figurato),nocciolo, nucleo ecc. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" size-medium wp-image-309 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/09/core-stability-300x110.jpg" alt="core-stability" width="300" height="110" /></p>
<p><strong>Core stability</strong> è un’espressione che ricorre in molti ambiti sportivi; viene infatti citata a proposito di sport molto diversi fra loro (calcio, corsa, pallavolo, tennis ecc.).  Se la traduzione del termine <em>Stability</em> appare immediata, quella di <em>Core</em> lo è sicuramente meno. <em>Core</em> è un termine inglese che significa <em>centro</em>, <em>cuore</em> (in senso figurato),<em>nocciolo</em>, <em>nucleo</em> ecc. In ambito sportivo, con <em>Core</em>, secondo la più recente (2003) definizione della NASM (<em>National Academy of Sport Medicine</em>) si fa riferimento a una regione del corpo formata da due sistemi muscolari ovvero il sistema stabilizzatore (muscolatura locale) e il sistema di movimento (muscolatura globale). Erroneamente molti si riferiscono al <em>Core</em> come al solo gruppo dei muscoli addominali; in realtà le cose stanno diversamente.</p>
<p>Il sistema stabilizzatore comprende i seguenti muscoli:</p>
<ul>
<li><strong>trasverso dell’addome</strong></li>
<li><strong>obliquo interno</strong></li>
<li>multifido (muscolo del dorso)</li>
<li>trasverso spinale lombare.</li>
</ul>
<p>Il sistema di movimento è invece formato da:</p>
<ul>
<li>retto dell’addome</li>
<li><strong>obliquo esterno</strong></li>
<li>erettore spinale</li>
<li><strong>quadrato dei lombi</strong></li>
<li>adduttori</li>
<li>quadricipite</li>
<li>ischio-crurali</li>
<li>grande gluteo.</li>
</ul>
<p>Con <em>Core Stability</em> si fa quindi riferimento alla stabilità di due sistemi muscolari molto complessi; grazie a essa si ottiene la stabilizzazione del corpo durante i movimenti che esso compie. Fra i muscoli maggiormente interessati vi sono quelli che abbiamo evidenziato in grassetto. A seconda dei vari punti di vista possono essere inclusi altri gruppi muscolari quali, per esempio, il diaframma, il piriforme ecc. Si deve infatti considerare che il diaframma è muscolo respiratorio più importante e quindi la sua funzione è fondamentale per fornire la necessaria stabilità a questo insieme di strutture muscolari.</p>
<p class="subtitle"><strong>CORE STABILITY: PERCHE&#8217;?</strong></p>
<p>Scopo degli esercizi di Core Stability è quello di consentire al soggetto un adeguato controllo motorio e, conseguentemente, mantenere una corretta postura del “Core”, il complesso muscolare <em>pelvi-schiena-anche</em>, una zona fondamentale per lo svolgimento delle attività sportive, ma anche di molte attività del vivere quotidiano. Il complesso <em>Core</em> riveste una notevole importanza sia ai fini dell’equilibrio statico sia ai fini di quello dinamico (si pensi, tanto per fare un esempio, ai ripetuti cambi di direzione che caratterizzano moltissime attività sportive) operando sinergicamente con i muscoli degli arti inferiori.</p>
<p>Gli autori ritengono che la debolezza del Core possa essere alla base di molti infortuni. Alcuni esempi:</p>
<p>&#8211; Secondo Kibler (2000) una muscolatura delle anche debole può essere causa di un’alterazione della posizione anche/tronco con conseguente rischio di infortunio alle ginocchia.</p>
<p>&#8211; Un’alterazione nelle attività dei muscoli del bacino è associata a un incremento del varismo dell’anca con conseguente incremento del valgismo del ginocchio nel corso delle ricadute da un salto o durante le manovre di squat.</p>
<p>&#8211; Un basso livello di Core Stability aumenta i rischi di lesione al crociato anteriore (LCA); una debolezza dei muscoli abduttori delle anche e i flessori contratti possono essere all’origine di dolori al ginocchio e di condromalacia rotulea.</p>
<p>&#8211; La debolezza dei muscoli rotatori esterni delle anche viene associata a un incremento del rischio di traumi alle ginocchia (Lloyd Ireland, 2004).</p>
<p>Secondo molti autori quindi, un inadeguato livello di Core Stability, può condurre con il tempo a infortuni a vari livelli (lombalgie, pubalgie, problemi alle ginocchia, sindrome della bandelletta tibiale ecc.).  È facile capire quindi che molti allenatori guardino alla Core Stability con un certo interesse ritenendolo non solo un metodo per migliorare la performance sportiva, ma anche, e soprattutto, per prevenire, nei limiti del possibile, gli infortuni associati inevitabilmente a ogni pratica sportiva.</p>
<p class="subtitle"><strong>CORE STABILITY E CORSA:</strong></p>
<p>Vari autori ritengono che l’importanza della Core Stability sia sottovalutata in ambito podistico; secondo il loro parere, un miglioramento della stabilità del Core sarebbe di grande aiuto, in particolar modo a coloro che praticano la corsa prolungata; questo tipo di attività infatti tende a far perdere forza in quei gruppi muscolari il cui compito principale è quello di mantenere una postura adeguata. Alcuni studi effettuati su podisti amatori che hanno iniziato a eseguire gli esercizi previsti dalla Core Stability hanno trovato giovamento sia per quanto riguarda il problema infortuni sia per quanto concerne la performance sportiva. Peraltro si ritiene l’aumentare la forza, la stabilità e la sensibilità dell’area centrale del corpo (aumento che gli esercizi di Core Stability si propongono) sia un ottimo modo per migliorare anche la propria tecnica di corsa.</p>
<p class="subtitle"><strong>ESERCIZI:</strong></p>
<p>Vengono proposte molte discipline e molti tipi di ausili per effettuare gli esercizi di Core Stability; si ricordano, per esempio, il kettlebell, la swiss ball, le palle mediche, la heavy ball, le tavolette propriocettive, il bosu (una sorta di step), l’ABS machine (la macchina per gli addominali), gli esercizi di pilates ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.albanesi.it</p>
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		<title>LO SPERONE CALCANEARE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/lo-sperone-calcaneare/</link>
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		<pubDate>Fri, 31 Jul 2015 10:45:35 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[calcificazione]]></category>
		<category><![CDATA[fascite plantare]]></category>
		<category><![CDATA[sperone]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo sperone calcaneare è una patologia per sua natura invalidante e molto diffusa anche se spesso misconosciuta; caratterizzata da un dolore acuto nella zona del tallone ed una deambulazione faticosa. Stiamo parlando di quella che fondamentalmente è una entesopatia calcifica della fascia plantare, ossia una importante sofferenza dell&#8217;inserzione tendinea della fascia plantare sulla porzione inferiore [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/sperone.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/sperone-300x223.jpg" alt="sperone" width="300" height="223" /></a></p>
<p>Lo sperone calcaneare è una patologia per sua natura invalidante e molto diffusa anche se spesso misconosciuta; caratterizzata da un dolore acuto nella zona del tallone ed una deambulazione faticosa. Stiamo parlando di quella che fondamentalmente è una entesopatia calcifica della fascia plantare, ossia una importante sofferenza dell&#8217;inserzione tendinea della fascia plantare sulla porzione inferiore del calcagno di natura calcifica. La calcificazione è una risposta fisiologia organica ad i numerosi microtraumatismi in questa zona; può generarsi, ad esempio, se l&#8217;appoggio del piede durante la deambulazione è alterato e ciò causa un&#8217;infiammazione attraverso una sollecitazione continua della fascia plantare al punto d&#8217;inserzione sul calcagno. Questa sindrome può sviluppare dolori tanto forti da impedire di camminare e genera un dolore vivo alla palpazione nel centro del tallone. A volte la spina è asintomatica : da alcuni studi risulta che ogni 10 persone che presentano all&#8217;RX tale patologia, 2 non lamentano una sintomatologia dolorosa. Per chi pratica sport, invece, la presenza della spina fa aumentare considerevolmente le probabilità d&#8217;infiammazione della fascia plantare che s&#8217;inserisce sul tallone, con conseguente dolore acuto. Oltre agli sportivi, specie i giovani che sottopongono ad eccessivi carichi funzionali il piede, ne soffrono di più gli uomini over 40, specie se in sovrappeso. L&#8217;evoluzione è benigna e non causa deformità, tuttavia la guarigione può essere lenta e può richiedere un lungo ciclo fisioterapico.</p>
<p><strong>LE CAUSE:</strong></p>
<p>Il dolore, come già detto, si organizza in quanto la fascia plantare è troppo tesa e s&#8217;infiamma. Subito sotto la pelle infatti, la struttura fibrosa e connettivale tra tallone e dita della fascia assicura con la sua tensione l&#8217;arcata plantare del piede, ma se troppo tesa come nei piedi cavi o troppo sollecitata come in chi fa sport o ha problemi posturali statici o dinamici, deforma il suo punto d&#8217;ancoraggio al tallone fino a formare la spina.<br />
Quest&#8217;ultima si genera proprio per le trazioni del tendine di Achille o della fascia plantare sul periostio del calcagno in quanto questi movimenti favoriscono la formazione di nuovo tessuto osseo per riparare le microlesioni. Quello appena descritto è in realtà un meccanismo abbastanza comune alle entesiti o alle microlesioni dei corpi tendinei, l&#8217;organismo tenta la riparazione con la deposizione di cristalli di calcio che poi, accumulandosi, vanno a formare la calcificazione. Questa patologia può derivare anche da affezioni sistemiche e metaboliche come l&#8217;artrite reumatoide, la gotta, le collagenopatie e le patologie reumatiche in genere. Secondo alcune ricerche, inoltre, tra le cause possono esservi anche problemi nel metabolismo dell&#8217;acido urico, ma anche l&#8217;aver indossato per molto tempo calzature  inadatte, rigide e di scarsa qualità.</p>
<p><b>IL TRATTAMENTO:</b></p>
<p>La prima cura sono il ghiaccio ed il riposo funzionale, essendo questa un patologia strettamente legata alle sollecitazioni meccaniche ed ai sovraccarichi funzionali. Se il dolore è davvero inarrestabile, si può ricorrere ad infiltrazioni locali di derivati cortisonici ed anestetici; inoltre, per far si che le sollecitazioni meccaniche vengano meno, è necessario ricorrere all&#8217;uso di un plantare che scarichi il piede.<br />
Quest&#8217;ultimo serve per sostenere correttamente il piede, ridurre la tensione sulla fascia ed il peso sul punto dolente. Il plantare giusto per questo tipo di disturbo dev&#8217;essere quindi in materiale semirigido per dare origine a parti di scarico del dolore (in concomitanza della spina) e a parti di sostegno (in concomitanza con la fascia plantare).<br />
<strong>Imprescindibile è il trattamento fisioterapico,</strong> che prevede terapia antalgica come Ipertermia, Tecar, Laser ad alta potenza e Onde d&#8217;Urto (RSWT). Stretching della fascia, bendaggio di scarico della pianta (Taping Neuro Muscolare) e manipolazioni fasciali ed osteopatiche per ridurre le tensioni e permettere la corretta biomeccanica articolare del piede.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.phisiovit.it</p>
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		<title>LE LESIONI MUSCOLARI NELLO SPORT</title>
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		<pubDate>Wed, 15 Jul 2015 14:25:30 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[lesioni]]></category>
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		<description><![CDATA[Durante lo svolgimento di una disciplina sportiva, specie se particolarmente impegnativa, si può andare incontro ad episodi dolorosi ad insorgenza acuta a carico dei muscoli, provocati da una lesioni delle fibre muscolari. Questo tipo di danno rappresenta l’evento traumatico acuto di più comune osservazione in ambito medico‑sportivo, con una incidenza compresa tra il 10 e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/infortunio.png"><img class=" size-medium wp-image-296 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/infortunio-300x171.png" alt="infortunio" width="300" height="171" /></a></p>
<p>Durante lo svolgimento di una disciplina sportiva, specie se particolarmente impegnativa, si può andare incontro ad episodi dolorosi ad insorgenza acuta a carico dei muscoli, provocati da una lesioni delle fibre muscolari.<br />
Questo tipo di danno rappresenta l’evento traumatico acuto di più comune osservazione in ambito medico‑sportivo, con <strong>una incidenza compresa tra il 10 e il 30% di tutti i traumi da sport.</strong><br />
Tali affezioni <strong>non devono essere sottovalutate</strong>, ma al contrario vanno tenute nella massima considerazione, poiché dal loro corretto inquadramento e da un trattamento idoneo può dipendere il proseguimento della disciplina sportiva non solo negli atleti di alto livello, ma anche in quelli impegnati in attività amatoriali.</p>
<p><strong>CLASSIFICAZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
In ambito sportivo una lesione muscolare si può verificare in due modi principali:<br />
• <strong>per un trauma diretto</strong> (contusione muscolare) che avviene solitamente in quelle discipline nelle quali si realizza un contatto fisico con l’avversario (calcio, rugby, football americano). In questi casi il danno si verifica quando il muscolo viene colpito con violenza da un agente esterno, con effetti tanto più gravi se l’incidente avviene quando il muscolo è in fase di contrazione<br />
• <strong>per un trauma cosiddetto “indi­retto”</strong> che si realizza in genere durante la fase dinamica della corsa o del salto; il meccanismo traumatico di queste forme va ricercato nell’improvviso allungamento passivo del muscolo provocato dalle leve scheletriche o da una contrazione troppo rapida a partire da una situazione di completo rilasciamento.</p>
<p><strong>FATTORI PREDISPONENTI ALLE LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
Sono stati identificati numerosi fattori capaci di favorire la comparsa di una lesione; tra questi, particolare valore può essere attribuito allo scarso allenamento, ad un inadeguato riscaldamento prima della gara o ad un’eccessiva fatica che non consente di eseguire movimenti ben coordinati. Non vanno poi dimenticati fattori esterni in grado di condizionare negativamente la bontà della dinamica muscolare, quali ad esempio le situazioni climatico‑ambientali sfavorevoli (elevata umidità e bassa temperatura esterna) ma anche terreni di gioco che non consentono un’adeguata aderenza al suolo provocando l’esecuzione di movimenti non corretti.</p>
<p><strong>SINTOMATOLOGIA DELLE LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
La caratteristica comune sia delle forme secondarie a contusione che di quelle da trauma indiretto risiede nella rottura di un numero variabile di fibre muscolari, che determina la comparsa del dolore e nei casi più gravi la impossibilità di appoggiare l’arto infortunato a terra.<br />
Poiché i muscoli in attività hanno la caratteristica di avere un elevato flusso sanguigno, è inevitabile che assieme alle fibre muscolari si possano rompere i vasi capillari che decorrono tra le fibre provocando una emorragia; tale situazione permette di spiegare il motivo per cui a seguito di una lesione muscolare si può formare un ematoma (raccolta di sangue all’interno del muscolo) oppure una ecchimosi superficiale, che spesso affiora a distanza dal punto di lesione.<br />
La caratteristica più comune è quella del dolore che compare improvvisamente durante la pratica dell’attività sportiva; a seconda della quantità di fibre che si sono rotte è possibile suddividere le lesioni in forme lievi sino a forme molto gravi nelle quali il muscolo è interrotto in modo pressoché completo, dando luogo a quelle situazioni conosciute con il termine di “strappo muscolare”.</p>
<p>Il dolore può inoltre assumere caratteristiche diverse a seconda della regione anatomica interessata, con una sensazione di tipo trafittivo o crampiforme a livello della coscia e di tipo contusivo (l’atleta riferisce la sensazione di essere stato colpito dall’esterno) nelle lesioni a carico dei muscoli del polpaccio.</p>
<p><strong>COSA FARE IN CASO DI LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
L’aspetto più importante è quello di individuare sin dalle prime fasi la gravità della lesione, perché da questa dipende il tipo di trattamento e soprattutto la prognosi: è importante, quindi rivolgersi subito allo specialista.<br />
In questi casi l’esame ecografico risulta di particolare utilità pratica perché consente di verificare direttamente la quantità di fibre che si sono interrotte.<br />
Poiché la lesione è, in definitiva, una “ferita” più o meno estesa all’interno di un muscolo è importante ricordare che ogni contrazione, anche quella che si verifica con il semplice camminare, può estendere il danno. Per tale motivo il riposo e la sospensione dell’attività sportiva sono molto importanti e vanno rispettati sino alla scomparsa dei sintomi più eclatanti. L’applicazione locale di ghiaccio per i primi due giorni consente, inoltre, da un lato di ridurre il dolore e dall’altro di bloccare l’emorragia presente.</p>
<p><strong>RIPRESA DELL’ATTIVITÀ SPORTIVA DOPO UN EVENTO TRAUMATICO DI LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
La ripresa sarà possibile solo quando sarà avvenuta la completa riparazione del danno con una cicatrice fibrosa; il muscolo, infatti, guarisce non riformando se non in minima parte tessuto muscolare, ma un tessuto cicatriziale che è comunque in grado di svolgere una efficace funzione riparativa. In alcuni casi meno fortunati, soprattutto dopo un trauma contusivo, in corrispondenza dell’area di lesione si può formare una calcificazione muscolare che è ben visualizzabile sia con l’ecografia che con un esame radiografico</p>
<p>I tempi di guarigione cambiano molto a seconda della entità del danno e possono variare da circa una settimana per le forme più lievi ad oltre due mesi per quelle più gravi. Prima di riprendere a pieno ritmo l’attività sportiva è necessario praticare un periodo di rieducazione funzionale che ha lo scopo di riadattare il muscolo agli sforzi più impegnativi.</p>
<p><strong>PREVENZIONE DELLE LESIONI MUSCOLARI</strong><br />
Le contusioni muscolari sono difficilmente prevenibili in quanto sono strettamente legate ad eventi casuali connessi alla dinamica dei gesto sportivo; quelle di tipo indiretto risentono favorevolmente di una buona condizione fisica generale, di un buon riscaldamento prima della prestazione sportiva e soprattutto di esercizi di allungamento muscolare (stretching) da eseguire in modo costante e regolare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.coni.it</p>
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