<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Riabilitart &#187; generalità</title>
	<atom:link href="http://www.riabilitart.it/category/generalita/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.riabilitart.it</link>
	<description>Un nuovo sito targato WordPress</description>
	<lastBuildDate>Thu, 15 Jan 2026 07:32:27 +0000</lastBuildDate>
	<language>en-US</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=4.1.41</generator>
	<item>
		<title>IL KINESIO TAPE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/il-kinesio-tape/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/il-kinesio-tape/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 06:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[cerotto]]></category>
		<category><![CDATA[kinesio]]></category>
		<category><![CDATA[tape]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=374</guid>
		<description><![CDATA[Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di cerotto elastico in cotone, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica. Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-376" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg" alt="KinesioTape" width="296" height="265" /></a></p>
<p>Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di <strong>cerotto elastico in cotone</strong>, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica.<br />
Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della circolazione dei fluidi venosi e linfatici e della temperatura corporea. Se correttamente applicato questo speciale cerotto può quindi potenziare gli effetti del trattamento riabilitativo attenuando dolori causati da contratture o tensioni muscolari o riducendo edemi ed ematomi sottocutanei.</p>
<p>La nascita di questa metodica risale agli anni Settanta ed è opera di un chiropratico giapponese, il dottor <strong>Kenzo Kase</strong>. La prima “apparizione” internazionale è stata in occasione delle Olimpiadi di Seul nel 1988 con la Nazionale Giapponese di Pallavolo, ma nel corso degli anni la sua diffusione ha raggiunto tutto il mondo. In Europa la prima comparsa è avvenuta in occasione delle Olimpiadi di Atene nel 2004.</p>
<p>L’epidermide è dotata di una serie di ricettori nervosi che attraverso degli stimoli esterni possono comunicare con i muscoli sottostanti. Questi cerotti, applicati sulla pelle, possono, a seconda della posizione, della direzione e della tensione, <strong>inibire un muscolo sovraccaricato e contratto</strong>, che preme sui ricettori del dolore, o viceversa stimolarne uno ipotonico. In questo modo si attenua il dolore e si ripristina progressivamente la funzione motoria.</p>
<p>Nella cura degli edemi è in grado di ridurre il dolore e <strong>facilitare il drenaggio linfatico </strong>mediante il sollevamento della pelle. Viene applicato sulla cute, tagliato a forma di ventaglio. In questo modo il cerotto determina una serie di convoluzioni della pelle, simili a piccole onde, che vanno ad agire sul flusso linfatico come pompe di drenaggio, favorendo così il riassorbimento dell’edema. La sua applicazione può aiutare a ridurre l’infiammazione, la fatica e il dolore muscolare.<br />
Il cerotto è in grado, infine, di svolgere una funzione propriocettiva, ossia di <strong>protezione del tendine e del legamento</strong>, poichè aiuta a mantenere in posizione corretta le articolazioni e aumenta la percezione di stabilità sulla meccanica articolare</p>
<p>Il vantaggio rispetto ai tradizionali bendaggi è dovuto al fatto che si tratta di un prodotto elastico, non rigido, che consente quindi agli sportivi di muoversi meglio, più liberamente, e al contempo di essere comunque protetti. <strong>E’ in puro cotone e privo di lattice</strong>, in questo modo si riducono quindi anche i rischi di sviluppare forme allergiche o di irritazione alla pelle.</p>
<p>Ne consegue, infine, per lo sportivo una maggiore sicurezza a livello psicologico. Ciò che conta, tuttavia, è che questo effetto non si trasformi in una forma di dipendenza e che lo sportivo non ne possa più fare a meno, anche senza una reale esigenza, come si è già verificato in alcuni casi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.humanitasalute.it</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/il-kinesio-tape/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>IL RISCALDAMENTO</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/il-riscaldamento/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/il-riscaldamento/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 27 Jun 2016 13:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento]]></category>
		<category><![CDATA[stretching]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=349</guid>
		<description><![CDATA[Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img class=" size-medium wp-image-350 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/06/11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377-300x169.jpg" alt="11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377" width="300" height="169" /></p>
<p align="justify">Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve o, all’opposto,   troppo   lungo,   può   essere   inefficace   e  compromettere   la   prestazione.   Inoltre,   l’intensità con cui   si   svolge   il   riscaldamento   è   un  fattore  di  notevole  importanza  per  le  possibili  ripercussioni sull’attività muscolare.</p>
<p align="justify">Il   riscaldamento   è   la   fase   in   cui   si   prepara   l’organismo   sia   da   un   punto   di   vista   fisico, sia psicologico,  con  una  durata  che  va  dai  10’  ai  25’.</p>
<p align="justify">Gli  obiettivi  del  riscaldamento  sono  molteplici:</p>
<ol>
<li>
<p align="justify">Aumentare  la  temperatura  corporea  (39  °C)  in  modo  da:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">facilitare  le  reazioni  biochimiche  soprattutto  all’interno  del  muscolo  (con  una  temperatura più  alta l’ossigeno,  si  dissocia  più  velocemente  dall’emoglobina,  Hb,  e  viene  ceduto  alla mioglobina,  che ha  un’affinità  maggiore  per  l’ossigeno  rispetto  all’emoglobina);</p>
</li>
<li>
<p align="justify">velocizzare  la  conduzione  degli  impulsi  nervosi;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">ridurre  gli  attriti  articolari  e  la  viscosità  del  tessuto  muscolare;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">aumentare  il  flusso  sanguigno  nei  muscoli  attivati.</p>
</li>
</ul>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre  organi  e  apparati  a  intensità  più  elevate; infatti,  la  frequenza  cardiaca  (FC)  aumenta  e viene trasportato  più  sangue  nei  muscoli  impegnati,  riducendo  temporaneamente  l’irrorazione  ai  muscoli meno coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre   l’organismo   alla   corretta   coordinazione   del   gesto,   attraverso   il  miglioramento  della coordinazione intra e intermuscolare,  attivando  muscoli,  articolazioni  e  segmenti  ossei  che  saranno maggiormente  coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Prevenire  e  ridurre  i  rischi  di  infortunio muscolari,  tendinei  ed  articolari,  in  quanto  un muscolo  “freddo” è  più  soggetto  a  lesioni  rispetto  al  muscolo  “caldo”. Tradizionalmente  il  riscaldamento  viene  suddiviso in  due fasi:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">una  parte generale,  in  cui  si  ricerca  l’aumento  della  temperatura  corporea,  una  migliore  fluidità articolare ecc;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">una parte specifica, dove  si  aumenta  progressivamente  l’intensità  e  si  propongono  attività più specifiche  e correlate  con  la  prestazione.</p>
</li>
</ul>
</li>
</ol>
<p align="justify">Non   esistono   protocolli   standardizzati   di   riscaldamento,   poiché   ci   sono   troppe   differenze interindividuali, ma  si  possono  senz’altro  seguire  alcune  linee  guida.</p>
<p align="justify"><strong>Prima  fase</strong>,  “<b><strong>RAISE</strong></b>”: dall’inglese  “innalzare”,  aumentare  temperatura,  frequenza  cardiaca,  frequenza respiratoria, flusso  sanguigno  ai  muscoli  e  fluidità  delle  articolazioni  attraverso  attività  a  bassa  intensità.</p>
<p align="justify">Negli   sport   di   squadra   questa   fase   può   essere   effettuata   anche   attraverso   esercizi   tecnici  specifici (sport  skills),  ma  sempre  a  bassa  intensità.</p>
<div id="pageContainer2" dir="ltr">
<div id="textLayer2" dir="ltr">
<p><strong>Seconda  fase</strong>,  “<b><strong>ACTIVE  AND  MOBILIZE</strong></b>”: in  questa  fase  si  attivano  i  gruppi  muscolari  da  impegnare  e  si mobilizzano  le  articolazioni  raggiungendo   un   Range   of   Motion   (ROM)   specifico.   Ovviamente   l’attivazione muscolare   è  specifica  per  l’attività/sport.  Sulla  mobilizzazione  si  potrebbe  aprire  una  discussione  senza fine; in   passato   si   usava   quasi   esclusivamente   lo  stretching statico (Anderson) e  quindi  distrettuale;  gli orientamenti  attuali  preferiscono  lavorare  sul  movimento,  con  il  metodo  dello  stretching dinamico, per tre motivi  principali:</p>
<ul>
<li>la  natura  dinamica  degli  esercizi  permette  di  mantenere  gli  effetti  della  fase  di  “RAISE”;</li>
<li>gli  esercizi  sono  più  specifici  e  permettono  alla  muscolatura  di  rimanere  attiva,  ma  a  bassa intensità;</li>
<li>ottimizzazione  dei tempi.</li>
</ul>
<p>Terza  fase,  “<b><strong>POTENTATION</strong></b>”: in  questa  fase  si  ha  un  graduale  passaggio  dalla  bassa  intensità  all’alta intensità  e  da  esercizi  generali  a esercizi  specifici.  Il  primo  obiettivo  di  questa  fase  è  quello  di  arrivare  in maniera progressiva  a  intensità specifiche,  simili  a  quelle  dell’attività  per  cui  ci  si  prepara.  In  secondo luogo si  cerca  di  stimolare  il <b><strong>PAP  EFFECT</strong></b>,  Post-­Activation Potentiation, per  migliorare  la performance  (soprattutto muscolare)  di  forza  e  potenza.</p>
</div>
</div>
<div id="Sezione1" dir="ltr">
<div id="Sezione2" dir="ltr">
<p>Lo   stretching   nel   riscaldamento   è   di   uso   comune   ma   non   può   essere   pensata   come   unico mezzo di riscaldamento.  Per  molti  autori  oltre  ad  essere  del  tutto  inefficace,  è  anche  dannoso. Secondo   Alter, infatti, l’allungamento   del   muscolo   provocherebbe   unno   schiacciamento   dei  capillari  perimuscolari  con conseguente ischemia  da  contrazione  isometrica  eccentrica.  Non dimentichiamo  infatti  che  l’azione  muscolare dello stretching  è  molto  simile  a  ciò  che  avviene durante  una  contrazione  eccentrica.</p>
<p>Molti  autori  sconsigliano  lo  stretching  come  unico  mezzo  sia  prima  di  una  competizione  che  di una  gara, ma consigliano  il  suo  inserimento  in  maniera  controllata  e  soprattutto  idonea  al successivo  impegno  da svolgere.</p>
<p>È  consigliato  un  numero  limitato  di  esercizi  di  allungamento  accompagnato   da   esercizi   di   vascolarizzazione</p>
<p>(contrazioni   dinamiche,   non   isometriche,  contro  resistenza)  per  produrre  l’effetto  pompa  nel  muscolo (Chatard).  Alternare  contrazioni muscolari  dell’antagonista  e  dell’agonista  è  di  norma  sufficiente  per  allungare la  muscolatura interessata.</p>
<h3 class="western">Riscaldamento e temperatura esterna</h3>
<p>La  temperatura  esterna  influisce  sul  riscaldamento  e  può  modificare  i  suoi  effetti  fisiologici. Quando  le temperature  sono  elevate  si  può  andare  in  contro  a  crampi,  disidratazione,  nausea, che  condizionano  il riscaldamento  e  la  fase  successiva.  In  questi  casi  si  consiglia  di  diminuire leggermente   il   tempo   totale   del riscaldamento,   evitare   troppi   minuti   di   corsa   ed   idratarsi durante  e  dopo  lo  svolgimento  del riscaldamento stesso.</p>
</div>
</div>
<div id="pageContainer3" dir="ltr">
<div id="textLayer3" dir="ltr">
<p align="justify">Quando  le  temperature  sono  rigide  è  importante  prima  di  tutto  utilizzare  un  abbigliamento appropriato  alla bassa  temperatura,  inserire  qualche  minuto  in  più  di  corsa,  preferire  esercizi di  mobilizzazione  dinamica  a scapito  di  quelli  statici  ed  evitare  troppi  “tempi  morti”.</p>
<p align="justify">fonte: <a href="http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/">http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/</a></p>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/il-riscaldamento/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LO STRESS</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/lo-stress/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/lo-stress/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 23 Feb 2016 13:44:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[neurovegetativo]]></category>
		<category><![CDATA[parasimpatico]]></category>
		<category><![CDATA[simpatico]]></category>
		<category><![CDATA[stress]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=335</guid>
		<description><![CDATA[Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo. Risposta “combatti o fuggi” E’ di Cannon la descrizione della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-336" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS-294x300.png" alt="STRESS" width="294" height="300" /></a></p>
<p>Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo.</p>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph"><strong>Risposta “combatti o fuggi”</strong></div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">E’ di Cannon la descrizione della risposta allo stress acuto, conosciuta anche come la risposta “combatti o fuggi”, o “fight or flight”, termine da esso coniato intorno al 1930. Si tratta di una reazione fisiologica che si verifica in presenza di qualcosa terrificante, sia mentalmente che fisicamente.<br />
Egli si rese conto che una catena di reazioni, che si verificano rapidamente all’interno del corpo, aiutano mobilitare le risorse dell’organismo per affrontare situazioni minacciose.</div>
<div class="paragraph">In risposta allo stress acuto, il sistema nervoso simpatico del corpo è attivato a causa dell’improvviso rilascio di ormoni, stimolando le ghiandole surrenali e innescando il rilascio di catecolamine, tra cui l’adrenalina e la noradrenalina. Ciò si traduce in un aumento della frequenza cardiaca e respiratoria e della pressione sanguigna. Dopo che la minaccia svanisce, ci vogliono da 20 a 60 minuti per l’organismo ritornare ai livelli normali pre-eccitazione.</div>
<div class="paragraph">In sostanza, questa risposta prepara il corpo per combattere o fuggire dalla minaccia. E’ importante notare che la risposta può essere attivata da minacce sia reali che immaginarie.</div>
<p>Cannon ha sviluppato anche il<strong> concetto di omeostasi</strong>, prendendo spunto dall’idea di ambiente interno formulata da <strong>Claude Bernard</strong>. Altri teorici continuarono a sviluppare l’idea che l’organismo cerca di mantenere l’<strong>Omeostasi</strong> e di rispondere a sfide inaspettate.</p>
<p>Hans Selye, nel 1935, propose la teoria della “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>”, che esaminava l’azione e le conseguenze degli stressor, ossia i fattori di stress sulla salute dell’organismo. Il suo ragionamento suggerì che ogni organismo debba essere capace di adattarsi all’ambiente e alle condizioni sociali “<em>stressanti</em>” e, potenzialmente, a rischio di vita.<br />
Queste risposte adattative devono essere non specifiche, perché devono essere capaci di rispondere ad una miriade di condizioni estreme, che sia estremo calore o freddo, mancanza di cibo, trauma, malattia o condizioni psicologiche come paura.</p>
<p>Il fattore limite di questa capacità, secondo Selye, era l’energia d’adattamento dell’organismo. Cioè, il corpo è capace di adattarsi agli stressor fino ad un certo punto. <strong>Stress prolungati</strong> possono diminuire o esaurire questa capacità e, quando ciò avviene, il corpo è sottoposto a rischio di male-adattamento e malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sindrome Generale di Adattamento</strong></p>
<p>La “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>” è la risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di <em>stressor</em>.</p>
<p>Gli <strong>stressors</strong>, o fattori stressanti, più comuni sono:</p>
<div class="paragraph">
<ol>
<li><strong>Biologici</strong>: batteri, virus, parassiti, muffe, funghi ecc.</li>
<li><strong>Chimici</strong>: tossine, pesticidi, metalli pesanti, tabacco, stupefacenti ecc.</li>
<li><strong>Ambientali</strong>: campi elettromagnetici, radiazioni, cambiamenti barometrici o di altitudine, allergeni, obblighi o richieste dell’ambiente sociale ecc.</li>
<li><strong>Nutrizionali</strong>: intolleranze o allergia ad alimenti.</li>
<li><strong>Fisici</strong>: trauma, interventi chirurgici, lesioni, insonnia, infezioni, fatica, gravidanza ecc.</li>
<li><strong>Psicologici</strong>: rabbia, paura, ansietà,  depressione, impegni lavorativi ecc.</li>
<li><strong>Spirituali</strong>: perdita del senso della vita, malattie dell’anima.</li>
</ol>
<p>Tutti questi fattori minacciano la normale <strong>Omeostasi </strong>del corpo, e affliggono fortemente le funzioni fisiologiche e psicologiche.</div>
<div class="paragraph">Secondo Selye, l’evoluzione della sindrome d’adattamento avviene in tre fasi principali, ognuna relazionata ad un <strong>meccanismo biochimico</strong> e un’<strong>attività metabolica</strong>:</div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">
<em><strong>Allarme:</strong></em></p>
<ul>
<li>L’organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento, sia fisici che mentali.</li>
<li>Es. aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare e dell’eccitazione (attivazione psicofisiologica).</li>
<li>Risposta adattativa allo stress, l’<strong>asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA)</strong> attiva il sistema nervoso e le ghiandole surrenali.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Resistenza:</strong></em></p>
<ul>
<li>Il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole.</li>
<li>Es. ghiandole surrenali.</li>
<li>Adattamento allo stress.</li>
<li>Fase anabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Esaurimento</strong></em>:</p>
<ul>
<li>Se gli stressor continuano ad agire ripetutamente, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica.</li>
<li>Perdita della capacità d’adattamento.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
</div>
<p>Dipendendo dalla fase, lo <strong>stress </strong>può portare a delle alterazioni a livello ormonale, così come nel sistema immunitario, cardiaco e nelle funzioni gastro-intestinali.<br />
<strong>Stress prolungati </strong>comportano effetti prevedibili sul corpo, e le conseguenze psicologiche e fisiologiche di uno stress acuto o cronico possono perdurare ben oltre la fine dell’evento stressante di per sé. Gli studi di H. Selye, basati sul concetto di <strong>Omeostasi</strong>, continuano ad essere la base della ricerca sullo stress e le patologie ad esso collegate. Tuttavia, più recentemente alcuni ricercatori stanno rivisitando<strong> il concetto di stress e il ruolo dell’Omeostasi</strong>, sotto una nuova luce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.marcopaonessa.it</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/lo-stress/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>CORE STABILITY</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/core-stability/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/core-stability/#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 01 Sep 2015 08:06:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[core]]></category>
		<category><![CDATA[corestability]]></category>
		<category><![CDATA[pilates]]></category>
		<category><![CDATA[postura]]></category>
		<category><![CDATA[stability]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=308</guid>
		<description><![CDATA[Core stability è un’espressione che ricorre in molti ambiti sportivi; viene infatti citata a proposito di sport molto diversi fra loro (calcio, corsa, pallavolo, tennis ecc.).  Se la traduzione del termine Stability appare immediata, quella di Core lo è sicuramente meno. Core è un termine inglese che significa centro, cuore (in senso figurato),nocciolo, nucleo ecc. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class=" size-medium wp-image-309 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/09/core-stability-300x110.jpg" alt="core-stability" width="300" height="110" /></p>
<p><strong>Core stability</strong> è un’espressione che ricorre in molti ambiti sportivi; viene infatti citata a proposito di sport molto diversi fra loro (calcio, corsa, pallavolo, tennis ecc.).  Se la traduzione del termine <em>Stability</em> appare immediata, quella di <em>Core</em> lo è sicuramente meno. <em>Core</em> è un termine inglese che significa <em>centro</em>, <em>cuore</em> (in senso figurato),<em>nocciolo</em>, <em>nucleo</em> ecc. In ambito sportivo, con <em>Core</em>, secondo la più recente (2003) definizione della NASM (<em>National Academy of Sport Medicine</em>) si fa riferimento a una regione del corpo formata da due sistemi muscolari ovvero il sistema stabilizzatore (muscolatura locale) e il sistema di movimento (muscolatura globale). Erroneamente molti si riferiscono al <em>Core</em> come al solo gruppo dei muscoli addominali; in realtà le cose stanno diversamente.</p>
<p>Il sistema stabilizzatore comprende i seguenti muscoli:</p>
<ul>
<li><strong>trasverso dell’addome</strong></li>
<li><strong>obliquo interno</strong></li>
<li>multifido (muscolo del dorso)</li>
<li>trasverso spinale lombare.</li>
</ul>
<p>Il sistema di movimento è invece formato da:</p>
<ul>
<li>retto dell’addome</li>
<li><strong>obliquo esterno</strong></li>
<li>erettore spinale</li>
<li><strong>quadrato dei lombi</strong></li>
<li>adduttori</li>
<li>quadricipite</li>
<li>ischio-crurali</li>
<li>grande gluteo.</li>
</ul>
<p>Con <em>Core Stability</em> si fa quindi riferimento alla stabilità di due sistemi muscolari molto complessi; grazie a essa si ottiene la stabilizzazione del corpo durante i movimenti che esso compie. Fra i muscoli maggiormente interessati vi sono quelli che abbiamo evidenziato in grassetto. A seconda dei vari punti di vista possono essere inclusi altri gruppi muscolari quali, per esempio, il diaframma, il piriforme ecc. Si deve infatti considerare che il diaframma è muscolo respiratorio più importante e quindi la sua funzione è fondamentale per fornire la necessaria stabilità a questo insieme di strutture muscolari.</p>
<p class="subtitle"><strong>CORE STABILITY: PERCHE&#8217;?</strong></p>
<p>Scopo degli esercizi di Core Stability è quello di consentire al soggetto un adeguato controllo motorio e, conseguentemente, mantenere una corretta postura del “Core”, il complesso muscolare <em>pelvi-schiena-anche</em>, una zona fondamentale per lo svolgimento delle attività sportive, ma anche di molte attività del vivere quotidiano. Il complesso <em>Core</em> riveste una notevole importanza sia ai fini dell’equilibrio statico sia ai fini di quello dinamico (si pensi, tanto per fare un esempio, ai ripetuti cambi di direzione che caratterizzano moltissime attività sportive) operando sinergicamente con i muscoli degli arti inferiori.</p>
<p>Gli autori ritengono che la debolezza del Core possa essere alla base di molti infortuni. Alcuni esempi:</p>
<p>&#8211; Secondo Kibler (2000) una muscolatura delle anche debole può essere causa di un’alterazione della posizione anche/tronco con conseguente rischio di infortunio alle ginocchia.</p>
<p>&#8211; Un’alterazione nelle attività dei muscoli del bacino è associata a un incremento del varismo dell’anca con conseguente incremento del valgismo del ginocchio nel corso delle ricadute da un salto o durante le manovre di squat.</p>
<p>&#8211; Un basso livello di Core Stability aumenta i rischi di lesione al crociato anteriore (LCA); una debolezza dei muscoli abduttori delle anche e i flessori contratti possono essere all’origine di dolori al ginocchio e di condromalacia rotulea.</p>
<p>&#8211; La debolezza dei muscoli rotatori esterni delle anche viene associata a un incremento del rischio di traumi alle ginocchia (Lloyd Ireland, 2004).</p>
<p>Secondo molti autori quindi, un inadeguato livello di Core Stability, può condurre con il tempo a infortuni a vari livelli (lombalgie, pubalgie, problemi alle ginocchia, sindrome della bandelletta tibiale ecc.).  È facile capire quindi che molti allenatori guardino alla Core Stability con un certo interesse ritenendolo non solo un metodo per migliorare la performance sportiva, ma anche, e soprattutto, per prevenire, nei limiti del possibile, gli infortuni associati inevitabilmente a ogni pratica sportiva.</p>
<p class="subtitle"><strong>CORE STABILITY E CORSA:</strong></p>
<p>Vari autori ritengono che l’importanza della Core Stability sia sottovalutata in ambito podistico; secondo il loro parere, un miglioramento della stabilità del Core sarebbe di grande aiuto, in particolar modo a coloro che praticano la corsa prolungata; questo tipo di attività infatti tende a far perdere forza in quei gruppi muscolari il cui compito principale è quello di mantenere una postura adeguata. Alcuni studi effettuati su podisti amatori che hanno iniziato a eseguire gli esercizi previsti dalla Core Stability hanno trovato giovamento sia per quanto riguarda il problema infortuni sia per quanto concerne la performance sportiva. Peraltro si ritiene l’aumentare la forza, la stabilità e la sensibilità dell’area centrale del corpo (aumento che gli esercizi di Core Stability si propongono) sia un ottimo modo per migliorare anche la propria tecnica di corsa.</p>
<p class="subtitle"><strong>ESERCIZI:</strong></p>
<p>Vengono proposte molte discipline e molti tipi di ausili per effettuare gli esercizi di Core Stability; si ricordano, per esempio, il kettlebell, la swiss ball, le palle mediche, la heavy ball, le tavolette propriocettive, il bosu (una sorta di step), l’ABS machine (la macchina per gli addominali), gli esercizi di pilates ecc.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.albanesi.it</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/core-stability/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LO SPERONE CALCANEARE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/lo-sperone-calcaneare/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/lo-sperone-calcaneare/#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 31 Jul 2015 10:45:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[calcificazione]]></category>
		<category><![CDATA[fascite plantare]]></category>
		<category><![CDATA[sperone]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=301</guid>
		<description><![CDATA[Lo sperone calcaneare è una patologia per sua natura invalidante e molto diffusa anche se spesso misconosciuta; caratterizzata da un dolore acuto nella zona del tallone ed una deambulazione faticosa. Stiamo parlando di quella che fondamentalmente è una entesopatia calcifica della fascia plantare, ossia una importante sofferenza dell&#8217;inserzione tendinea della fascia plantare sulla porzione inferiore [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/sperone.jpg"><img class=" size-medium wp-image-302 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/07/sperone-300x223.jpg" alt="sperone" width="300" height="223" /></a></p>
<p>Lo sperone calcaneare è una patologia per sua natura invalidante e molto diffusa anche se spesso misconosciuta; caratterizzata da un dolore acuto nella zona del tallone ed una deambulazione faticosa. Stiamo parlando di quella che fondamentalmente è una entesopatia calcifica della fascia plantare, ossia una importante sofferenza dell&#8217;inserzione tendinea della fascia plantare sulla porzione inferiore del calcagno di natura calcifica. La calcificazione è una risposta fisiologia organica ad i numerosi microtraumatismi in questa zona; può generarsi, ad esempio, se l&#8217;appoggio del piede durante la deambulazione è alterato e ciò causa un&#8217;infiammazione attraverso una sollecitazione continua della fascia plantare al punto d&#8217;inserzione sul calcagno. Questa sindrome può sviluppare dolori tanto forti da impedire di camminare e genera un dolore vivo alla palpazione nel centro del tallone. A volte la spina è asintomatica : da alcuni studi risulta che ogni 10 persone che presentano all&#8217;RX tale patologia, 2 non lamentano una sintomatologia dolorosa. Per chi pratica sport, invece, la presenza della spina fa aumentare considerevolmente le probabilità d&#8217;infiammazione della fascia plantare che s&#8217;inserisce sul tallone, con conseguente dolore acuto. Oltre agli sportivi, specie i giovani che sottopongono ad eccessivi carichi funzionali il piede, ne soffrono di più gli uomini over 40, specie se in sovrappeso. L&#8217;evoluzione è benigna e non causa deformità, tuttavia la guarigione può essere lenta e può richiedere un lungo ciclo fisioterapico.</p>
<p><strong>LE CAUSE:</strong></p>
<p>Il dolore, come già detto, si organizza in quanto la fascia plantare è troppo tesa e s&#8217;infiamma. Subito sotto la pelle infatti, la struttura fibrosa e connettivale tra tallone e dita della fascia assicura con la sua tensione l&#8217;arcata plantare del piede, ma se troppo tesa come nei piedi cavi o troppo sollecitata come in chi fa sport o ha problemi posturali statici o dinamici, deforma il suo punto d&#8217;ancoraggio al tallone fino a formare la spina.<br />
Quest&#8217;ultima si genera proprio per le trazioni del tendine di Achille o della fascia plantare sul periostio del calcagno in quanto questi movimenti favoriscono la formazione di nuovo tessuto osseo per riparare le microlesioni. Quello appena descritto è in realtà un meccanismo abbastanza comune alle entesiti o alle microlesioni dei corpi tendinei, l&#8217;organismo tenta la riparazione con la deposizione di cristalli di calcio che poi, accumulandosi, vanno a formare la calcificazione. Questa patologia può derivare anche da affezioni sistemiche e metaboliche come l&#8217;artrite reumatoide, la gotta, le collagenopatie e le patologie reumatiche in genere. Secondo alcune ricerche, inoltre, tra le cause possono esservi anche problemi nel metabolismo dell&#8217;acido urico, ma anche l&#8217;aver indossato per molto tempo calzature  inadatte, rigide e di scarsa qualità.</p>
<p><b>IL TRATTAMENTO:</b></p>
<p>La prima cura sono il ghiaccio ed il riposo funzionale, essendo questa un patologia strettamente legata alle sollecitazioni meccaniche ed ai sovraccarichi funzionali. Se il dolore è davvero inarrestabile, si può ricorrere ad infiltrazioni locali di derivati cortisonici ed anestetici; inoltre, per far si che le sollecitazioni meccaniche vengano meno, è necessario ricorrere all&#8217;uso di un plantare che scarichi il piede.<br />
Quest&#8217;ultimo serve per sostenere correttamente il piede, ridurre la tensione sulla fascia ed il peso sul punto dolente. Il plantare giusto per questo tipo di disturbo dev&#8217;essere quindi in materiale semirigido per dare origine a parti di scarico del dolore (in concomitanza della spina) e a parti di sostegno (in concomitanza con la fascia plantare).<br />
<strong>Imprescindibile è il trattamento fisioterapico,</strong> che prevede terapia antalgica come Ipertermia, Tecar, Laser ad alta potenza e Onde d&#8217;Urto (RSWT). Stretching della fascia, bendaggio di scarico della pianta (Taping Neuro Muscolare) e manipolazioni fasciali ed osteopatiche per ridurre le tensioni e permettere la corretta biomeccanica articolare del piede.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.phisiovit.it</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/lo-sperone-calcaneare/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>LE VERTIGINI</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/le-vertigini/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/le-vertigini/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 10 Jun 2015 06:50:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[nausea]]></category>
		<category><![CDATA[orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[vertigini]]></category>
		<category><![CDATA[VPPB]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=289</guid>
		<description><![CDATA[Le vertigini sono un disturbo molto comune; essenzialmente possiamo definirle come sensazioni illusorie di una rotazione dell’ambiente attorno alla propria persona (in questo caso si parla di vertigini oggettive) oppure di rotazione di sé stessi rispetto all’ambiente (e allora vengono definite vertigini soggettive). Le persone colpite da un attacco vertiginoso descrivono spesso le loro sensazioni [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-291 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/06/vertigini-300x237.jpg" alt="vertigini" width="300" height="237" /></p>
<p>Le <strong>vertigini</strong> sono un disturbo molto comune; essenzialmente possiamo definirle come sensazioni illusorie di una rotazione dell’ambiente attorno alla propria persona (in questo caso si parla di <em>vertigini oggettive</em>) oppure di rotazione di sé stessi rispetto all’ambiente (e allora vengono definite <em>vertigini soggettive</em>).</p>
<p>Le persone colpite da un attacco vertiginoso descrivono spesso le loro sensazioni riportando frasi quali “ho l’impressione di camminare sull’acqua”, “mi sembra di veder girare tutto”, “mi gira la testa” oppure “sembra mancarmi la terra sotto ai piedi” ecc.</p>
<p>È necessario chiarire che le vertigini non sono una patologia, bensì un sintomo causato un disturbo a carico del senso dell’orientamento legato a un’alterazione delle funzioni dell’apparato dell’<em>equilibrio</em> (termine quest’ultimo che indica il senso della posizione e del movimento del corpo a livello spaziale).</p>
<p>Il soggetto che accusa la comparsa di vertigini riferisce di sensazioni alquanto spiacevoli come, per esempio, il giramento di testa, la sensazione della mancanza di un appoggio oppure quella di perdita dell’equilibrio; tutte sensazioni che possono scatenare ansia, nausea, vomito, sudorazione fredda o tachicardia.</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini: le diverse tipologie</strong></p>
<p>Esistono diversi tipi di vertigini; è possibile effettuare una loro schematizzazione facendo riferimento agli organi o alle strutture interessati da particolari disturbi che originano la sintomatologia.</p>
<p>In base a tale criterio distinguiamo quindi tra:</p>
<ul>
<li>vertigini periferiche (o <em>di origine otologica</em>)</li>
<li>vertigini centrali</li>
<li>vertigini cervicali</li>
<li>vertigini da disturbi di muscoli e articolazioni</li>
<li>vertigini visive.</li>
</ul>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini periferiche</strong></p>
<p>Le <em>vertigini periferiche</em> rappresentano, senza ombra di dubbio, la forma di vertigini che si riscontra con maggiore frequenza. Il problema è generalmente legato ad alterazioni a carico della circolazione o della pressione dei liquidi che sono presenti nell’orecchio interno. Tendono a insorgere in modo improvviso e piuttosto violento.</p>
<p>L’orecchio interno svolge una duplice funzione, esso, infatti, funge sia da organo acustico sia da organo statico (ovvero regola il senso dell’equilibrio); al suo interno sono presenti delle cavità che contengono un liquido (l’endolinfa) che bagna le strutture nervose che si trovano all’interno di dette cavità; un’eventuale alterazione della pressione o della consistenza di tale liquido oppure problemi che interessino la sua circolazione possono causare vertigini che a seconda dei casi possono essere acute, croniche oppure ricorrenti.</p>
<p>Fra le cause periferiche di vertigini vi sono diverse condizioni patologiche più o meno comuni quali, per esempio, la labirintite acuta (un’infiammazione a carico del labirinto che riconosce cause batteriche o virali), la neuronite vestibolare acuta (un processo infiammatorio acuto generalmente di origine virale che interessa il nervo vestibolare), il colesteatoma (una patologia a carico dell’orecchio medio che si caratterizza per una raccolta di detriti cellulari causata solitamente, anche se non sempre, da un’infezione batterica a carico del canale uditivo), l’herpes zoster oticus (noto anche come herpes zoster del ganglio genicolato, si tratta di un’infezione virale a carico della conca auricolare causata dal virus varicella-zoster), la sindrome di Ménière (patologia caratterizzata da un aumento abnorme di volume e pressione dell’endolinfa ovvero il fluido contenuto nel labirinto auricolare dell’orecchio interno, condizione definita <em>idrope endolinfatico</em>), la timpanosclerosi (una condizione patologica di tipo cronico che si caratterizza per la presenza di fenomeni sclero-cicatriziali che interessano la membrana timpanica e la catena ossiculare), la fistola perilinfatica (un’apertura anormale, talvolta congenita, fra l’orecchio medio pieno di aria e l’orecchio interno pieno di fluido) e la vertigine posizionale parossistica benigna (è nota anche come <em>cupololitiasi</em> o<em>canalolitiasi</em>; viene trattata in un paragrafo a parte).</p>
<p>Un’altra causa di vertigini periferiche potrebbe essere la pressione esercitata da una massa neoplastica sui nervi che gestiscono l’equilibrio.</p>
<p>Vertigini di origine otologica possono anche essere dovute a problemi della circolazione sanguigna di tale sede oppure possono verificarsi occasionalmente a causa di una stimolazione eccessiva dell’endolinfa; è il caso di quando, per un qualsivoglia motivo, giriamo su noi stessi per poi interromperci bruscamente.</p>
<p>In diversi casi, alle vertigini possono associarsi problemi quali ipoacusia più o meno marcata e acufeni. Altri problemi che possono essere associati alle vertigini sono nausea, vomito e diarrea; il motivo è da ricercarsi nel fatto che l’endolinfa è in grado di stimolare alcune cellule gastriche e intestinali.</p>
<p class="subtitle"><strong>La vertigine posizionale parossistica benigna</strong></p>
<p>La vertigine posizionale parossistica benigna (VPPB) è, con ogni probabilità, la più comune causa di vertigini periferiche; il disturbo può colpire bambini e persone anziane; la fascia maggiormente interessata è quella che va dai 40 ai 60 anni circa.</p>
<p>Il disturbo è caratterizzato da una violenta crisi vertiginosa generalmente associata a instabilità.</p>
<p>Si tratta di una condizione molto caratteristica perché è sempre di breve durata (di norma si esaurisce nel giro di 30-40 secondi circa), è parossistica (ovvero la sintomatologia aumenta in modo graduale fino a raggiungere il suo apice per poi ridursi fino a scomparire completamente), è posizionale (la crisi viene scatenata soltanto quando si assumono determinate posizioni o si effettuano determinati movimenti), è benigna (il problema tende a risolversi quasi sempre in modo spontaneo nel giro di una o due settimane circa), è associata a un nistagmo specifico. Sintomi e segni quasi sempre associati a questo disturbo sono la nausea e il vomito.</p>
<p>La vertigine posizionale parossistica benigna è causata da un brusco ed eccessivo distacco di otoliti (piccole formazioni di ossalato di calcio e carbonato di calcio) all’interno del labirinto. I motivi per cui avviene questo distacco eccessivo non sono del tutto note, anche se sono molte le ipotesi che sono state formulate (disturbi cervicali, traumi cranici, disturbi della microcircolazione sanguigna ecc.).</p>
<p>La diagnosi di VPPB si avvale in primis di un’accurata anamnesi che può tornare utile quando ai successivi esami (obiettivo e strumentale) non vengano evidenziati i segni tipici del disturbo, cosa possibile se la valutazione viene eseguita quando il disturbo è in fase di remissione.</p>
<p>La conferma dei sospetti diagnostici può essere ottenuta tramite l’effettuazione di particolari manovre (manovra di Dix-Hallpike, manovra di Pagnini-Mc Clure, manovre di orto-supinazione) tramite le quali si è in grado di provocare la comparsa di un caratteristico nistagmo che può essere documentato con la videonistagmoscopia e che si associa alla tipica vertiginosa che lo specialista può limitare. Tramite queste manovre lo specialista può stabilire in quale canale semicircolare si trova l’ammasso di otoliti.</p>
<p>Una volta ottenuta la certezza diagnostica, si può stabilire la terapia.</p>
<p>Di norma la vertigine posizionale parossistica benigna si tratta effettuando alcune manovre liberatorie che hanno come scopo principale quello di allontanare l’ammasso di otoliti dal canale circolare interessato dal problema (manovra di Epley, manovra di Semont, manovra di Gufoni, posizione coatta di Vannucchi ecc.).</p>
<p>Una volta effettuata la manovra la sintomatologia scompare, anche se può persistere una lieve instabilità.</p>
<p>Se le manovre effettuate non sortiscono gli effetti sperati è probabile che l’ammasso di otoliti sia molto voluminoso e stenti a uscire dal canale. In questi casi è necessario sottoporsi ad alcuni esercizi (tecnica di dispersione di Brandt-Daroff) che servono a mobilizzare gli otoliti e a favorire il buon esito delle successive manovre liberatorie.</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini centrali</strong></p>
<p>Le <em>vertigini centrali</em> sono disturbi causati dal fatto che il cervello non è in grado di coordinare e nemmeno di interpretare in modo corretto gli impulsi nervosi che gli arrivano. Le vertigini centrali tendono a insorgere in modo piuttosto subdolo e hanno un’intensità lieve o moderata e un andamento cronicizzante.</p>
<p>Le cause di vertigini centrali possono essere diverse; generalmente sono causate da malattie a carico del tronco cerebrale, del cervelletto oppure del cervello; fra le patologie che possono provocarle vanno per esempio ricordate lo schwannoma vestibolare (talvolta definito neurinoma dell’acustico; si tratta di una neoplasia intracranica benigna che origina dalle cellule di Schwann del nervo vestibolococleare), i gliomi (i tumori primitivi del cervello più comuni; la loro denominazione deriva dal fatto che prendono origine dal tessuto gliale), il medulloblastoma (tumori che si manifestano spesso in età pediatrica e che originano generalmente nella fossa cranica posteriore, in rapporto con la zona cerebellare), l’ependimoma infratentoriale (una neoplasia che origina dalle cellule ependimali; spesso interessa i bambini), la neurofibromatosi (una patologia genetica che causa l’insorgenza di vari tumori a livello del sistema nervoso) e la sclerosi multipla (una grave patologia di tipo neurologico a decorso cronico che colpisce la sostanza bianca del sistema nervoso centrale).</p>
<p>Nel caso di vertigini centrali la nausea, il vomito e i disturbi uditivi sono presenti molto raramente; nella maggior parte dei casi questi tipi di vertigine non impediscono né la deambulazione e nemmeno lo svolgimento delle normali attività quotidiane. In presenza di vertigini centrali il soggetto riferisce spesso la sensazione di navigare o quel senso di instabilità che prova chi assume una quantità eccessiva di sostanze alcoliche.</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini cervicali</strong></p>
<p>Le <em>vertigini cervicali </em>sono molto rare; sono provocate da impulsi anormali che i muscoli del collo inviano al cervello; in alcuni casi, gli spasmi dei muscoli sono all’origine di scariche nervose anomale che possono provocare le vertigini (ma più spesso instabilità); all’origine di tali spasmi possono esserci processi artrosici (per esempio l’artrosi cervicale), traumi come il cosiddetto <em>colpo di frusta </em>(<em>distorsione del rachide cervicale</em><em>)</em>, stiramento muscolare a carico dei muscoli del collo, pressione eccessiva a carico dei nervi del collo ecc.</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini da disturbi di muscoli e articolazioni</strong></p>
<p>Anche le <em>vertigini da disturbi a carico di muscoli e articolazioni</em> sono un fenomeno che si verifica molto raramente; la causa è generalmente dovuta a quelle patologie che provocano alterazioni della sensibilità (un caso tipico è la distrofia muscolare).</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini visive</strong></p>
<p>Le <em>vertigini visive</em> sono generalmente provocate da disturbi che interessano i muscoli oculari oppure da difetti rifrattivi. Questo tipo di vertigini sono caratterizzate da sensazioni di fastidio o di instabilità quando il soggetto fissa degli oggetti che ruotano oppure oscillano; si verificano spesso quando si compiono viaggi in macchina o in barca e sono associate a nausea. È possibile simulare la sensazione di vertigini visive se si cammina indossando occhiali da vista che appartengono a un altro soggetto. Il problema è sostanzialmente derivante dal fatto che le informazioni visive che giungono al cervello sono discrepanti rispetto alle informazioni vestibolari. Per ridurre l’entità del disturbo si può sdraiarsi in posizione supina e chiudere gli occhi.</p>
<p class="subtitle"><strong>Un caso particolare: le vertigini legate all’altezza</strong></p>
<p>Quando si parla di vertigini ci si riferisce frequentemente alla sensazione sgradevole che può dare il trovarsi in luoghi piuttosto elevati (un ponte, un tetto o un terrazzo) nel momento in cui si guarda nella parte sottostante. Si tratta delle cosiddette <em>vertigini da altezza</em>, non paragonabili a quelle descritte in precedenza poiché non riconducibili a nessuna delle malattie descritte. Esse sono infatti causate da un disturbo oculare-visivo legato al fatto che alcune persone non sono in grado di fissare le immagini di oggetti o persone da certe altezze (che possono anche consistere in pochi metri). L’organismo umano è strutturato in modo tale da adattarsi autonomamente alla situazione legata allo spazio che lo circonda, tramite segnali visivi e l’analisi delle distanze da certi punti di riferimento, ma in alcuni individui esiste un deficit in questo sistema che provoca un senso di smarrimento e di perdita dell’equilibrio.</p>
<p>È difficile riuscire a trovare la causa specifica delle vertigini da altezza, anche se le teorie più seguite considerano il problema dal punto di vista ottico (rifrazione della luce e adeguamento della pupilla) e psicologico (stati di ansia e stress).</p>
<p>Esistono alcuni rimedi per le vertigini d’altezza come gli esercizi Cawthorne–Cooksey, utili per imparare a fissare lo sguardo in diverse direzioni, muovendo la testa e il corpo; questi esercizi devono essere generalmente eseguiti per circa un quarto d’ora per due volte al giorno. A mo’ di esempio indichiamo l’esecuzione di due di questi esercizi studiati per eliminare o quantomeno ridurre la fastidiosa sensazione di vertigini da altezza; il primo esercizio consiste nel guardare prima in alto e poi in basso per venti volte, dapprima molto lentamente e poi sempre più velocemente; successivamente si dovrà focalizzare un dito ponendolo alla distanza di un braccio dopodiché lo si dovrà muovere avanti e indietro per tre volte fino a raggiungere una distanza di circa 35 cm per poi riallontanare il braccio.</p>
<p>Un altro esercizio consiste nel piegare venti volte la testa prima in avanti e poi indietro, all’inizio molto lentamente e poi sempre più velocemente; terminata questa parte dell’esercizio si dovrà girare la testa per venti volte da un lato all’altro, prima lentamente e poi sempre più velocemente; durante tutto il tempo di esecuzione dell’esercizio è necessario tenere gli occhi aperti.</p>
<p class="subtitle"><strong>Vertigini: le indagini diagnostiche</strong></p>
<p>Per individuare l’esatta causa delle vertigini può essere necessario sottoporsi ad alcuni esami specifici come la radiografia della colonna cervicale, la risonanza magnetica cerebrale con contrasto, l’eco-doppler (per valutare l’integrità delle arterie vertebrali, responsabili dell’irrorazione sanguigna dell’organo dell’equilibrio), l’audiogramma (per analizzare il buon funzionamento uditivo) e i test di stimolazione del labirinto, ossia alcune prove tese a scoprire se le vertigini dipendono da disfunzioni ben precise dell’orecchio interno. Altri test che possono essere richiesti sono i test ematici, i test allergometrici ecc.</p>
<p>La cosa più importante è escludere che all’origine delle vertigini vi siano patologie gravi che possano mettere a rischio la vita del soggetto.</p>
<p>Una volta che sarà stata effettuata una corretta diagnosi si sarà in grado di intraprendere il trattamento più indicato alla risoluzione del problema.</p>
<p class="subtitle"><strong>Il trattamento delle vertigini</strong></p>
<p>La scelta del trattamento da effettuare in caso di vertigini dipende ovviamente dai fattori scatenanti; se l’origine delle vertigini è di tipo cervicale si possono utilizzare le tecniche impiegate anche per l’artrosi e la pratica di alcuni esercizi volti a recuperare l’articolarità cervicale, oppure, per risolvere il problema rivolgersi a un fisioterapista o un osteopata.</p>
<p>Se le vertigini sono di origine centrale, deve ovviamente essere trattata la malattia di base (ricordiamo ancora una volta che le vertigini sono un sintomo, non una malattia); purtuttavia, esistono alcuni medicinali grazie ai quali è possibile perlomeno attenuare il fastidioso sintomo; si tratta dei cosiddetti farmaci vestiboloplegici; si tratta di principi attivi che agiscono a livello delle strutture vestibolari e oculomotorie inibendo gli impulsi nervosi che provengono dal nervo vestibolare; fra i più utilizzati si ricordano le fenotiazine, le benzodiazepine, le difenilpiperazine ecc.</p>
<p>Diverso e più complesso il caso in cui la causa delle vertigini sia legata all’orecchio interno. In questi casi si ricorre all’uso di farmaci come antibiotici o antivirali (per la labirintite), diuretici e antistaminici, questi ultimi molto utilizzati per i lievi stati di vertigine dovuti per esempio a mal di mare o mal d’auto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.albanesi.it/salute/cosafare/vertigini.htm</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/le-vertigini/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>SINDROME VAGALE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-vagale/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/sindrome-vagale/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 20 May 2015 13:20:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[intestino]]></category>
		<category><![CDATA[nausea]]></category>
		<category><![CDATA[nervovago]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome]]></category>
		<category><![CDATA[vagale]]></category>
		<category><![CDATA[vertigini]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=278</guid>
		<description><![CDATA[Nausea, Tachicardia, Vertigini, tutta colpa del nervo vago infiammato che crea non pochi problemi. A volte ci si trova a dover fare i conti con una sintomatologia del genere che non trova giustificazioni, che lascia perplessi perché tutte le altre possibili cause sono del tutto assenti. Non si sa come risolvere il problema e il [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/05/nervo-vago.jpg"><img class=" size-medium wp-image-279 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/05/nervo-vago-300x198.jpg" alt="nervo-vago" width="300" height="198" /></a></p>
<p>Nausea, Tachicardia, Vertigini, tutta colpa del nervo vago infiammato che crea non pochi problemi. A volte ci si trova a dover fare i conti con una sintomatologia del genere che non trova giustificazioni, che lascia perplessi perché tutte le altre possibili cause sono del tutto assenti. Non si sa come risolvere il problema e il più delle volte non si pensa al nervo vago che, invece, è un elemento molto importante dell’organismo e che è coinvolto nella funzionalità di non pochi organi.</p>
<p>Nel suo genere, fa parte del sistema parasimpatico, è il nervo più lungo e ramificato, per cui basta veramente poco per metterlo in crisi, diciamo così, e i sintomi che produce sono decisamente fastidiosi. Come detto in precedenza, è implicato in un gran numero di funzioni che vanno dalla muscolatura all’intestino, passando per la sudorazione, il cuore, lo stomaco, i movimenti della bocca e tanto altro ancora.</p>
<p>Ne va da sé che se si infiamma, eventualità tutt’altro che remota, la sintomatologia può interessare vari distretti dell’organismo, con fastidi che possono essere anche molto più che severi.</p>
<p>Si pensi alle vertigini, per esempio, che possono essere in alcuni casi pericolose e addirittura invalidanti, in particolar modo per coloro che svolgono determinate attività che richiedono una costante attenzione e prontezza di riflessi. Come detto in precedenza, il nervo vago è molto lungo, parte dall’encefalo e arriva giù fino allo stomaco, e inoltre si divide in nervo vago sinistro e destro.</p>
<p>È coinvolto in varie funzioni dell’organismo, controlla tra l’altro la muscolatura liscia, la peristalsi gastrointestinale quindi è importante anche per la regolarità dell’intestino, stimola la produzione di acido gastrico, controlla alcuni muscoli scheletrici e interessa anche il cuore.</p>
<p>Quando la funzionalità del nervo vago è compromessa per colpa di una infiammazione, si presenta una condizione che viene chiamata sindrome vagale, che appunto interessa varie funzioni dell’organismo, a partire dalla digestione, ed ecco la comparsa della nausea e anche in alcuni casi vomito, del cuore, ed ecco episodi di tachicardia e addirittura svenimento, rigidità del collo e quindi ecco le vertigini, e così via.</p>
<p>Tutti sintomi che possono essere anche severi, tanto da condizionare in maniera significativa la vita di tutti i giorni, come uscire, prendere un mezzo pubblico, guidare la macchina e così via.</p>
<p>Il problema poi è legato anche ad una corretta diagnosi che non sempre si ottiene facilmente, tuttavia, una volta individuato il problema, attraverso manovre di decompressione lungo tutto il decorso del nervo vago si possono ottenere importanti risultati su tutti i segmenti coinvolti.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/sindrome-vagale/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>OSTEOPATIA E SPORT</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/osteopatia-e-sport/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/osteopatia-e-sport/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 Apr 2015 14:24:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[admin]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia]]></category>
		<category><![CDATA[sport]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.riabilitart.it/?p=237</guid>
		<description><![CDATA[Gli Osteopati sanno che la loro professione ha la massima efficacia nel riequilibrare corpi sottoposti a costrizioni estreme. L’assistenza di un Osteopata viene effettuata in totale complementarietà con altri professionisti della sanità. L’esperienza pratica ha dimostrato che lo sportivo cerca nell’ Osteopatia un sostegno sia preventivo di preparazione alla competizione sia un aiuto nel recupero [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><div class="container " ></div><div class="layout-column col-md-6 " ></div><img class="alignnone" src="http://www.alessandrianews.it/immagini_articoli/201105/76411819_Alessandria_sport.jpg" alt="" width="966" height="824" /></p>
<p>Gli Osteopati sanno che la loro professione ha la massima efficacia nel riequilibrare corpi sottoposti a costrizioni estreme. L’assistenza di un Osteopata viene effettuata in totale complementarietà con altri professionisti della sanità.<br />
L’esperienza pratica ha dimostrato che lo sportivo cerca nell’ Osteopatia un sostegno sia preventivo di preparazione alla competizione sia un aiuto nel recupero dopo un trauma con conseguente riduzione delle sue capacità fisiche.<br />
La presenza di un <strong>Osteopata</strong> nell’ambito dell’assistenza sarà quindi d’aiuto allo <strong>sportivo</strong>, in collaborazione con lo <strong>staff medico</strong>, per meglio gestire, mantenere o ripristinare le sue capacità in tutte le tappe della manifestazione.</p>
<p><strong>Il ruolo dell’ Osteopata</strong> sarà primario:<br />
• nella ricerca di eventuali squilibri che possono dare luogo a sofferenza (tendiniti, torcicollo, tensioni muscolari, disturbi organici funzionali, ansia da recupero…)<br />
• per trattare con l’aiuto di tecniche manuali adattate, per alleviare caso per caso ed aiutare l’organismo a riequilibrarsi in modo duraturo.</p>
<p><strong>L’azione dell’ Osteopata sarà dunque curativa e/o preventiva a seconda della richiesta dello sportivo.</strong></p>
<p>Il <strong>CALCIATORE</strong>: l’ Osteopata offre due assi d’intervento al calciatore:</p>
<p><strong>Immediato e curativo</strong><br />
1. Gli allenamenti e le partite a cui sono sottoposti tendono a sollecitare spesso le stesse articolazioni: caviglie, ginocchia, bacino, vertebre lombari e cervicali.<br />
2. Tutte queste articolazioni sono quindi, sia per sforzi sia per traumi ai quali sono sottoposte, inclini a perdere la capacità e la qualità del movimento. Queste lesioni osteopatiche sono evidenziate e riarmonizzate dalla mano dell’osteopata come conseguenza, il calciatore potrà riprendere la sua attività fisica al più presto.</p>
<p><strong>A lungo termine</strong><br />
1. Il calciatore a livello agonistico deve essere seguito regolarmente da un Osteopata per effettuare un “controllo tecnico” dei diversi segmenti sollecitati dalla pratica sportiva. E’ allora possibile intervenire prima dell’istaurarsi di patologie croniche tipo: pubalgie, lombalgie o tendinite degli adduttori.<br />
2. L’ Osteopata aiuta il calciatore a gestire nel tempo il suo capitale salute. Seguendo gli allenamenti, l’osteopata studia la qualità del gesto del calciatore ed è in grado di apprezzare se è al meglio del suo potenziale fisico.</p>
<p>Il <strong>CICLISTA</strong>: (professionista od amatoriale) può nella sua pratica (strada, cross, trial) presentare un certo numero di disturbi fisiologici e dolori. L’ <strong>Osteopata</strong> lavora in stretta <strong>collaborazione</strong> con lo <strong>staff tecnico</strong> (allenatore, medico, meccanico) ed interviene a due livelli:</p>
<p>• <strong>Preparatoria</strong>: il ciclista trascorre parecchio tempo sulla sua bicicletta, in posizione seduta spesso piegato in due: necessita di ore ed ore di allenamento, le gare stesse sono molto lunghe e questa posizione piegata richiede enormi sacrifici che scateneranno dei problemi di funzionalità viscerale che bisognerà saper gestire in funzione del concetto osteopatico.<br />
• <strong>Corsa giornaliera</strong>: è necessario che l’atleta abbia immediatamente disponibile il suo capitale fisico, l’ Osteopata avrà cura di verificare tutti gli ingranaggi della meccanica umana che saranno sollecitati da questo sforzo intenso. Dopo la corsa regolerà gli eventuali traumi che presenterà il ciclista (cadute, traumi, fatica muscolare intensa, stress).<br />
• <strong>Corsa a tappe</strong>: bisogna considerare l’elemento recupero. L’ Osteopata ha un ruolo essenziale con il suo approccio qualitativo sulla funzione cranio-sacrale nell’accesso al sonno. Infatti il recupero delle attitudini fisiche risiede nella qualità del sonno del corridore. Il nostro concetto di globalità del corpo ci permetterà di predisporre l’atleta ad un lungo sonno di recupero.</p>
<p>L’ Osteopata deve dare prova di grande disponibilità per poter intervenire sui bisogni immediati e preventivi del ciclista di alto livello.</p>
<p>Il <strong>CORRIDORE</strong>: malgrado il peso relativamente importante, l’uomo dispone di solo due punti d’appoggio. Questo paradosso gli ha permesso di sviluppare una morfologia incredibilmente complessa per assicurare il suo equilibrio nei suoi spostamenti. Complessità ossea, nervosa, muscolare, legamentosa e circolatoria. Tutta una struttura funzionale della quale si deve capire il movimento e della quale bisognerà scoprire le perdite di mobilità. Questo è il ruolo dell’ Osteopata.<br />
Se la marcia è una successione di cadute mancate, che dire allora della corsa. Un calciatore durante una partita, subisce 15.000 impatti con il suolo, un giocatore di tennis 18.000, un corridore dei 1.500 metri 1.200 volte, un maratoneta da 30.000 a 35.000 volte.<br />
L’intensità con la quale uno sportivo entra in contatto con il suolo può essere moltiplicata per 3 ed anche più rispetto alla marcia normale. Un’onda d’urto attraverserà tutti i tessuti ossei, muscolari e connettivi e si ripercuoterà a livello del piede, della caviglia, della tibia e del perone, del ginocchio, dell’anca, del bacino, della colonna lombare, dorsale e cervicale e della base del cranio. Tutto ciò potrà provocare dei disturbi e delle lesioni a diversi livelli.<br />
In relazione a questa analisi, il compito dell’ Osteopata sarà di intuire qualsiasi disarmonia suscettibile di provocare uno squilibrio nella funzionalità dello sportivo di alto livello. Per esempio, nella maratona di New York su 200 partecipanti francesi visti per consultazioni osteopatiche, più del 50% presentavano dolori alla schiena.<br />
L’ Osteopata potrà ugualmente trattare, con tecniche specifiche, le conseguenze sugli organi (fegato, reni…) delle vibrazioni a volte nocive rappresentate dalla corsa. Infatti ad ogni falcata, si genera un’onda d’urto paragonabile ad una scossa tellurica di intensità tra 3 e 4 della scala richter con un tempo d’impatto molto breve.<br />
L’ Osteopata aiuterà l’atleta prodigandosi a livello, preventivo, tra una gara e l’altra, affinché le sue capacità siano ottimizzate prima della partenza.</p>
<p>Il <strong>PILOTA</strong>: l’ Osteopata ha due possibilità d’intervento verso il pilota di corse.<br />
• <strong>Preparatorio</strong>: bisogna conoscere tutte le costrizioni a cui è sottoposto il pilota, costrizioni a livello delle vertebre cervicali ( 3a 4g tenuto conto del peso della testa e del casco). Ma anche a livello della muscolatura degli arti superiori e dei piedi in funzione dei numerosi cambiamenti di velocità. Il tronco deve mantenere l’insieme permettendo alle funzioni organiche di realizzarsi (respirazione, circolazione, metabolismo), il tutto in un universo ristretto, surriscaldato, dove la concentrazione deve essere massima, per dare anticipo e riflessi istantanei. L’ Osteopata saprà determinare e prevenire con il suo approccio le restrizioni di mobilità articolari, viscerali e muscolari che potrebbero limitare la capacità di questo organismo sottoposto alle sollecitazioni massime sopracitate.<br />
• <strong>Durante la corsa</strong>: il ruolo dell’ Osteopata è molto importante, segue il pilota sin dall’uscita dello stand. Una volta reidratato, alimentato, messo a suo agio, dovrà considerare la situazione muscolare e articolare per evidenziare le tensioni inaccettabili e limitanti per la comodità del pilota e la sua concentrazione. L’abitacolo esiguo può provocare traumi a livello dei gomiti e delle ginocchia, le cui conseguenze vanno considerate per l’integrità dei tessuti. Nelle corse, l’ Osteopata, lavorerà per la distensione del pilota in modo da favorirgli qualche minuto di sonno, ricostituente essenziale del potenziale energetico dell’individuo. L’ Osteopata aiuta il pilota a gestire il suo capitale salute durante la sollecitazione massima rappresentata della corsa. Nei rally, le costrizioni sono diverse, l’ Osteopata deve adattarsi alla configurazione della prova ed alle sollecitazioni imposte dal tracciato. Troverà blocchi articolari vertebrali più numerosi.</p>
<p><strong>I suoi mezz</strong>i L’ Osteopata esercita un approccio globale sul paziente, utilizzando tecniche manuali.<br />
Segue una diagnostica sistematica basata su manovre osteopatiche e di esclusione.<br />
I mezzi che l’ Osteopata utilizza per effettuare una diagnosi sono complementari.</p>
<p>• anamnesi del paziente, suoi antecedenti, e stile di vita<br />
• richiesta al paziente di eventuali analisi o lastre<br />
• test manuali di mobilità ed esplorazione funzionale<br />
• ricerca dei micromovimenti dei tessuti e valutazione delle restrizioni.</p>
<p>I suoi interventi manuali agiranno sui sistemi fisiologici del corpo umano e su tutti i sistemi funzionali: muscolo-scheletrico, vascolare, viscerale, cranio-sacrale.</p>
<p><strong>L’ Osteopatia in 7 punti</strong><br />
1. “L’ Osteopatia è la vita nel movimento”.<br />
2. L’analisi del movimento è realizzata attraverso un unico strumento: la mano.<br />
3. L’apprendistato gestuale e l’educazione palpatoria permettono di accedere ad un’analisi qualitativa del movimento.<br />
4. La proprietà di un organismo in equilibrio sta nella sua capacità di adattamento. La perdita di questa facoltà di traduce con una alterazione della stato di salute.<br />
5. La presa in considerazione dell’individuo nella sua globalità porta alla diagnosi osteopatica specifica ed al trattamento consequenziale.<br />
6. L’osservazione, la palpazione e l’interpretazione dei test specifici sono necessari alla messa in opera del trattamento osteopatico.<br />
7. La capacità di formulare una diagnosi di esclusione permette all’osteopatia, attraverso la sua specificità ed originalità, di proporsi come approccio complementare della medicina convenzionale.</p>
<p><strong>I suoi princip</strong>i<br />
L’originalità dell’ Osteopatia si articola in tre punti:</p>
<p>1. la mano come mezzo d’analisi e di cura<br />
2. la considerazione dell’individuo nella sua globalità<br />
3. il principio di autoregolazione (omeostasi) ossia la capacità propria dell’organismo di rigenerarsi</p>
<p>L’ Osteopatia si basa su tre leggi fondamentali della natura umana:<br />
1. equilibrio: per funzionare, il corpo è alla continua ricerca d’equilibrio. Legge dell’omeostasi generale<br />
2. economia: legge di risparmio sul consumo energetico<br />
3. non dolore: fase iniziale di compensazione</p>
<p>L’ Osteopatia si fonda su di un concetto ma anche sull’educazione palpatoria dei suoi operatori, che percepiscono tensioni e squilibri grazie all’intelligenza di una palpazione specifica: la mano analizza e cura.</p>
<p>L’ Osteopatia fa riferimento all’anatomia e alla fisiologia nel senso più lato. Necessità di competenze nella conoscenza approfondita del funzionamento del corpo umano, delle correlazioni tra diversi sistemi.<br />
Il gesto terapeutico osteopatico rimane sempre nel campo fisiologico.</p>
<p>Quindi il protocollo terapeutico risponde a:</p>
<p>• delle opzioni strategiche: scelta delle tecniche osteopatiche in funzione della lesione, della gerarchia delle disfunzioni, del potenziale vitale del paziente<br />
• delle opzioni tattiche: ruolo del trattamento osteopatico nell’arsenale terapeutico completo (terapia alternativa o complementare)</p>
<p>Oltre ad un trattamento d’urgenza, l’ Osteopatia applica una particolare attenzione alla prevenzione.<br />
Non potendo dissociare il corpo e la psiche che lo anima, avverrà frequentemente di stabilire relazioni tra il sintomo di natura fisica ed un trauma o degli stress successivi sul piano psicologico e affettivo. L’ Osteopatia cerca oltre il sintomo le cause del disturbo.</p>
<p>Il corpo è un meccanismo sofisticato.<br />
Se le diverse strutture presentano interrelazioni corrette avremo un soddisfacente stato di salute.<br />
Se la mobilità delle strutture è disturbata, lo sarà anche la loro funzione.<br />
Le tre leggi, Equilibrio, Economia e Non dolore organizzano allora delle compensazioni che l’organismo stabilisce per ovviare al cattivo funzionamento delle sue componenti.<br />
Essendo ogni parte del corpo completamente interdipendente dall’insieme delle strutture, l’ Osteopata tratterà l’insieme, permettendo al corpo di rimuovere le sue compensazioni e di restituire alle diverse strutture la mobilità iniziale.<br />
Prendiamo l’esempio del pianoforte: l’armonia delle note dipende da ognuna di esse, in presenza di una nota falsa, l’armonia si rompe e bisogna riaccordare il pianoforte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.marcopaonessa.it</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.riabilitart.it/osteopatia-e-sport/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
