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	<title>Riabilitart &#187; muscolo</title>
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		<title>CAPSULITE ADESIVA</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 09:06:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni. La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-399" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260-300x166.jpg" alt="Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260" width="300" height="166" /></a></p>
<p>La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni.<br />
La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i sintomi vengono associata a una generica “infiammazione” o più semplicemente a un dolore a livello del collo. Il ritardo nel corretto trattamento allunga così i tempi di guarigione.<br />
La malattia si sviluppa principalmente in tre fasi:<br />
-Nella prima fase, che di solito dura tre o quattro mesi, si verifica il “congelamento”, ossia la progressiva perdita di movimento della spalla e un’acutizzazione del dolore.<br />
-Nella seconda fase, che generalmente dura da quattro mesi a un anno, il dolore diminuisce leggermente ma la rigidità della spalla rimane. Nei casi più gravi si può verificare anche l’intorpidimento della mano.<br />
-La terza fase è quella di “scongelamento”, che di solito dura da uno a tre anni; è questo il periodo del recupero, totale o parziale, del movimento e del graduale ritorno alla normalità.</p>
<p>Questa condizione si verifica quando la capsula del tessuto connettivo (cioè quella struttura che insieme ai legamenti regola il movimento della spalla) si restringe e si infiamma, impedendo così la normale articolarità.<br />
Alcuni studi rivelano che le persone affette da diabete hanno maggiori probabilità di sviluppare questa patologia, ma anche coloro che soffrono di malattie autoimmuni o della tiroide sarebbero maggiormente predisposte alla malattia.<br />
Infine potrebbero influire anche le immobilizzazioni forzate per un certo periodo, a seguito di un infortunio o di un intervento chirurgico sia a carico della spalla che della mammella.<br />
Il tempestivo trattamento della malattia è fondamentale per ridurre velocemente il dolore e accelerare il processo di guarigione con il recupero del movimento.<br />
L’evoluzione della capsulite adesiva è tendenzialmente benigna e questa condizione può anche risolversi spontaneamente. Per trattare la sintomatologia iniziale è generalmente indicata una terapia cortisonica orale e invitiamo il paziente a cercare di muovere il braccio nel rispetto del dolore, cercando di non far irrigidire ulteriormente l’articolazione. In questa fase iniziale si può anche consigliare lo sporadico utilizzo di un tutore per limitare il dolore. A questo scopo è possibile anche sottoporsi a una terapia a base di campi elettromagnetici come la tecar. Appena possibile, occorre affidarsi al fisioterapista per il recupero funzionale dell’articolazione e dunque della mobilità. Bisogna infatti evitare che la spalla si irrigidisca ulteriormente.<br />
Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le quotidiane attività del paziente, si può intervenire chirurgicamente in artroscopia. Questo però avviene in casi piuttosto rari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="https://www.humanitas.it/news/20452-spalla-congelata-limportanza-un-trattamento-tempestivo">www.humanitas.it</a></p>
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		<title>IL KINESIO TAPE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/il-kinesio-tape/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 06:39:04 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
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		<description><![CDATA[Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di cerotto elastico in cotone, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica. Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-376" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg" alt="KinesioTape" width="296" height="265" /></a></p>
<p>Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di <strong>cerotto elastico in cotone</strong>, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica.<br />
Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della circolazione dei fluidi venosi e linfatici e della temperatura corporea. Se correttamente applicato questo speciale cerotto può quindi potenziare gli effetti del trattamento riabilitativo attenuando dolori causati da contratture o tensioni muscolari o riducendo edemi ed ematomi sottocutanei.</p>
<p>La nascita di questa metodica risale agli anni Settanta ed è opera di un chiropratico giapponese, il dottor <strong>Kenzo Kase</strong>. La prima “apparizione” internazionale è stata in occasione delle Olimpiadi di Seul nel 1988 con la Nazionale Giapponese di Pallavolo, ma nel corso degli anni la sua diffusione ha raggiunto tutto il mondo. In Europa la prima comparsa è avvenuta in occasione delle Olimpiadi di Atene nel 2004.</p>
<p>L’epidermide è dotata di una serie di ricettori nervosi che attraverso degli stimoli esterni possono comunicare con i muscoli sottostanti. Questi cerotti, applicati sulla pelle, possono, a seconda della posizione, della direzione e della tensione, <strong>inibire un muscolo sovraccaricato e contratto</strong>, che preme sui ricettori del dolore, o viceversa stimolarne uno ipotonico. In questo modo si attenua il dolore e si ripristina progressivamente la funzione motoria.</p>
<p>Nella cura degli edemi è in grado di ridurre il dolore e <strong>facilitare il drenaggio linfatico </strong>mediante il sollevamento della pelle. Viene applicato sulla cute, tagliato a forma di ventaglio. In questo modo il cerotto determina una serie di convoluzioni della pelle, simili a piccole onde, che vanno ad agire sul flusso linfatico come pompe di drenaggio, favorendo così il riassorbimento dell’edema. La sua applicazione può aiutare a ridurre l’infiammazione, la fatica e il dolore muscolare.<br />
Il cerotto è in grado, infine, di svolgere una funzione propriocettiva, ossia di <strong>protezione del tendine e del legamento</strong>, poichè aiuta a mantenere in posizione corretta le articolazioni e aumenta la percezione di stabilità sulla meccanica articolare</p>
<p>Il vantaggio rispetto ai tradizionali bendaggi è dovuto al fatto che si tratta di un prodotto elastico, non rigido, che consente quindi agli sportivi di muoversi meglio, più liberamente, e al contempo di essere comunque protetti. <strong>E’ in puro cotone e privo di lattice</strong>, in questo modo si riducono quindi anche i rischi di sviluppare forme allergiche o di irritazione alla pelle.</p>
<p>Ne consegue, infine, per lo sportivo una maggiore sicurezza a livello psicologico. Ciò che conta, tuttavia, è che questo effetto non si trasformi in una forma di dipendenza e che lo sportivo non ne possa più fare a meno, anche senza una reale esigenza, come si è già verificato in alcuni casi.</p>
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<p>fonte: http://www.humanitasalute.it</p>
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		<title>SINDROME FEMORO-ROTULEA</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-femoro-rotulea/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 07:37:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="justify"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-368" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408-300x168.jpg" alt="sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408" width="300" height="168" /></a></p>
<p align="justify">La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline sportive, che prevedano dei piegamenti degli arti inferiori di una certa entità, come ad esempio la danza oppure il sollevamento pesi, possono contribuire, in atleti che posseggano una predispozione di tipo anatomico-funzionale, all’insorgenza della patologia.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea è costituita da un insieme di alterazioni morfofunzionali che determinano l’insorgenza di una gonalgia anteriore. Da un punto di vista eziopatologico le alterazioni che si possono ritrovare alla base della sindrome femoro-rotulea, sono essenzialmente riconducibili ad un malallineamento, oppure ad una displasia della rotula e/o della troclea femorale. Occorre comunque ricordare che le alterazioni funzionali delle strutture anatomiche sovra e sottostanti, come ad esempio le variazioni assiali o rotazionali dell’arto inferiore, oppure le alterazioni morfo-funzionali del piede, possono influire negativamente sulla meccanica dell’articolazione femoro-rotulea. Da un punto di vista anatomico, la rotula è un osso sesamoide, di forma grossolanamente triangolare, posta internamente al tendine del muscolo quadricipite. Meccanicamente la rotula, articolandosi con il solco trocleare del femore, costituisce il fulcro di tutto il meccanismo estensorio dell’arto inferiore. La rotula si trova a contatto con il femore a partire dai 15°-20° di flessione e sino alla flessione articolare completa (Insall e coll., 1983). Sia le superfici articolari della rotula stessa, che quelle del solco trocleare, sono rivestite da una cartilagine articolare spessa mediamente dai 4 ai 6 mm. I normali meccanismi di scorrimento dell’articolazione femoro-rotulea vengono controllati da fattori statici, ossia non contrattili e dinamici, ossia contrattili. I fattori statici sono costituiti dalle dimensioni della rotula, dei condili femorali e dalle loro dimensioni, dalla forma e dall’angolo del solco trocleare e dall’allineamento dell’arto inferiore. I principali stabilizzatori meccanici della rotula sono il muscolo vasto laterale (VL) ed il vasto mediale obliquo (VMO), porzione terminale del vasto mediale che si inserisce con un angolo di circa 55° sul bordo mediale della rotula (Brownstein e coll., 1985). Inoltre, il tratto ileo tibiale ed il capo corto del bicipite femorale, per la loro azione di controllo sulla rotazione tibiale , possono essere, a tutti gli effetti, considerati anch’essi degli stabilizzatori dinamici che concorrono al controllo dell’angolo Q (Kettelkamp, 1981). Nell’ambito della sindrome femoro-rotulea, la biomeccanica articolare riveste un ruolo fondamentale. Infatti, un’anormalità di forma e/o di posizione della rotula stessa, ha una ricaduta diretta sulla sua funzionalità, determinandone un alterato scorrimento nel solco trocleare. Un cattivo scorrimento rotuleo può portare ad un’alterazione cartilaginea comunemente riferita come condrosi od artrosi, la cui eziologia è da ricondursi all’azione di forze compressive non adeguatamente ripartite sull’intera superficie dell’articolazione femoro-rotulea stessa. Un aumento dell’ampiezza dei movimenti in flessione del ginocchio, come richiesto da molte attività ludico-sportive, aumentando l’entità delle forze di compressione a livello femoro-rotuleo, può causare un’alterazione della superficie articolare, riscontrabile anche in individui giovani.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea, di cui si riscontra una maggior incidenza nella popolazione femminile rispetto a quella maschile, è caratterizzata da dolore costante nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio. Talvolta si può verificare uno pseudo-blocco articolare di natura antalgica. L’ampiezza di movimento risulta comunque, nella maggior parte ridotta, a questo si associa un’importante ipotonotrofia del muscolo quadricipite. Nel processo di cronicizzazione possono essere coinvolte le strutture molli articolari come il tendine rotuleo, la borsa sovrapatellare, prepatellare ed anserina, il cuscinetto adiposo infrarotuleo, i retinacoli mediale e laterale, le pliche mediale, laterale e superiore, il nervo safeno a livello del tubercolo degli adduttori od al tendine della zampa d’oca (Roels e coll., 1978; Patel, 1986). Spesso il gonfiore è localizzato nell’area del recesso sovrarotuleo ed è dovuto ad infiammazione del tessuto sinoviale, della borsa sovrarotulea e del cuscinetto adiposo sovrarotuleo. Frequentemente si verificano episodi di cedimento essenzialmente imputabili ad inibizione muscolare secondaria a dolore e/o edema articolare (Brownstein e coll., 1985; Kennedy e coll., 1982). Durante alcune attività, come ad esempio il salire o lo scendere le scale, il paziente può percepire una sensazione di scroscio e crepitio, non sempre associata a sintomatologia dolorosa. Generalmente camminare in salita provoca meno dolore di quanto non si provi camminando in discesa, questo è dovuto al fatto che il ginocchio sotto carico in salita, raggiunge un angolazione pari a circa 50°, mentre in discesa l’angolo di flessione raggiunge circa gli 80° . Tipico è il cosiddetto “segno del cinema”, ossia la sintomatologia dolorosa che il paziente percepisce nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio, dopo aver mantenuto quest’ultimo in posizione flessa per un tempo piuttosto prolungato. All’esame clinico si evoca dolore richiedendo una contrazione isometrica, contro resistenza, in un range compreso tra 0 e 20° di flessione. Inoltre, nell’ambito di un’instabilità di II° grado, il test di apprensione risulta positivo. La radiografia convenzionale, effettuata in diversi angoli di flessione del ginocchio e soprattutto la RM, confermano la diagnosi clinica.</p>
<p align="justify">Nella fase acuta il trattamento conservativo deve essere essenzialmente rivolto alla diminuzione del dolore ed alla ripresa di una normale funzionalità articolare. Crioterapia, TECAR e laser costituiscono le terapie strumentali maggiormente adatte a questo scopo. Parallelamente può essere iniziato un programma di rinforzamento selettivo, tramite ES del VMO, muscolo che si rivela essenziale nel controllo dell’allineamento rotuleo (Grabiner e coll., 1986; Williams e coll., 1986). L’atleta deve, ovviamente, interrompere tutte quelle attività che scatenano la sintomatologia dolorosa. L’utilizzo di un taping e/o di un tutore medializzante, può essere di grande aiuto nella riduzione del dolore. Una volta risolta la fase acuta, la seconda parte del trattamento deve essere basata sul rinforzo selettivo del VMO e sulla detensione del VL e degli ischiocrurali. Durante le esercitazioni per la muscolatura estensoria effettuate in CKC, occorre limitare la flessione articolare per evitare di provocare un eccessiva pressione sull’articolazione femoro-rotulea.</p>
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<p align="justify">fonte: http://www.kinemovecenter.it/guida-alla-patologia/ginocchio/non-traumatiche/sindrome-femoro-rotulea/</p>
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		<title>SINDROME DEL PIRIFORME</title>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 10:10:43 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-360 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/01/piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260-300x195.jpg" alt="piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260" width="300" height="195" /></p>
<p>La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista e il 21% non sa rispondere alla domanda “cos’è?”, o mostra perplessità sull’argomento. Questo è il motivo per cui spesso questa sindrome non è diagnosticata oppure viene scambiata per lombosciatalgia.</p>
<p>Il muscolo piriforme può diventare ipertrofico (più grande) e rigido, questi fenomeni possono causare la cosiddetta<strong> sindrome del muscolo piriforme</strong> (o sindrome del piriforme).<br />
Una disfunzione del muscolo piriforme può causare una rotazione anteriore del bacino. Questa sindrome, scambiata spesso per trocanterite ovvero infiammazione dell’inserzione tendinea sul grande trocantere del femore, colpisce soprattutto le femmine (rapporto 6:1 rispetto ai maschi), nei casi più gravi può essere invalidante, tanto da limitare le attività quotidiane.</p>
<p>Questo muscolo svolge la rotazione esterna del femore con l’anca in posizione neutra, mentre se l’anca è flessa oltre 90° allora il piriforme la ruota internamente.<br />
Nell’80-90% dei soggetti il nervo sciatico decorre anteriormente al piriforme, nel 10/15% il nervo sciatico attraversa completamente o parzialmente il muscolo piriforme, nei casi rimasti si divide in due parti: porzione peroniera e tibiale, le quali passano posteriormente e anteriormente al muscolo. Di solito è un disturbo unilaterale, ma in certi casi può diventare bilaterale con il passare del tempo.</p>
<p>Il soggetto affetto da sindrome del piriforme sente dolore al centro del gluteo che si può irradiare lungo la parte posteriore della coscia fino al ginocchio. I movimenti più dolorosi sono le rotazioni, in particolare girarsi nel letto e accavallare le gambe da seduto. Nella maggioranza dei casi le fitte si presentano stando seduti perché si appoggia il peso sul muscolo piriforme, inoltre è possibile sentire fastidio dopo qualche minuto di cammino.</p>
<p>La sciatica può essere causata dalla sindrome del muscolo piriforme, ossia intrappolamento del nervo sciatico mentre passa adiacente al muscolo.<br />
Il test Lasegue di solito è negativo, ma i movimenti contro resistenza in abduzione o adduzione provocano dolore forte o terribile.<br />
Se il fastidio raggiunge il ginocchio, alcuni pazienti hanno una deambulazione con zoppia perché ad ogni passo provano dolore in quella zona, ma nella maggioranza dei soggetti, il movimento e il cammino danno sollievo.</p>
<p>Il dolore da sciatica è insopportabile e può essere causato da un’ernia del disco, una massa tumorale, stenosi lombare, un’ematoma interno dei muscoli ischio-crurali (semimembranoso, semitendinoso e bicipite femorale), oppure dal muscolo piriforme che in caso di infiammazione aumenta di volume e comprime il nervo sciatico provocando fitte al gluteo e alla gamba.<br />
La frequenza è maggiore di quanto si pensa, in uno studio compiuto su 240 pazienti con dolore lungo il decorso dello sciatico, nel 40% la causa era la Sindrome del Piriforme.<br />
Spesso si confonde la lombosciatalgia da ernia del disco con la sindrome del piriforme perché entrambe danno dolore lungo il decorso del nervo sciatico.<br />
È possibile confondere questo dolore anche con quello provocato dalla degenerazione e fissurazione del disco intervertebrale nella sua componente esterna (anulus fibroso), infatti i sintomi si avvertono sulla zona più alta del gluteo e sulla cresta iliaca.</p>
<p>Il dolore da compressione dello sciatico può essere dato dallo schiacciamento verso la zona esterna del grande forame ischiatico o dal soffocamento tra i fasci del Piriforme.<br />
La differenza tra Sindrome del Piriforme e Lombo-Sciatalgia sta nella zona di partenza del dolore, nel primo caso inizia dalle vertebre sacrali, ma in quella zona è minima, mentre nel secondo il dolore parte a livello lombare con forte dolore, soprattutto nel movimento di estensione in piedi. Una disfunzione del muscolo piriforme può essere accompagnata da dolore inguinale, mal di pancia e nell’interno coscia.</p>
<p>Per quanto riguarda il trattamento di questa patologia, le terapie più consigliate sono l&#8217;utilizzo di Tecar terapia e la manipolazione fasciale, dolorosa per il paziente, ma il cui punto di forza è che lavora sulla causa del problema e non sui sintomi. Il muscolo piriforme dev’essere trattato anche se il paziente arriva in ambulatorio solo con la lombalgia perché questo muscolo può causare la rotazione del bacino e provocare mal di schiena.</p>
<p>La ripresa dell’attività sportiva (o lavorativa) deve avvenire in modo graduale.<br />
È buona norma non tenere il portafogli nella tasca dei pantaloni, inoltre bisognerebbe dormire con un cuscino tra le ginocchia per mantenere il muscolo rilassato. Non si possono sapere in anticipo i tempi di guarigione di questo disturbo, ma se il paziente ha la sindrome del piriforme e nessun altro disturbo lombare o sacrale, con le cure adatte può guarire completamente in poche sedute (circa 3 settimane); mentre se la persona soffre anche di altri disturbi lombari (per esempio l’infiammazione del nervo sciatico), i sintomi possono rimanere per molti mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.fisioterapiarubiera.com/dolore-anca/sindrome-del-piriforme/</p>
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		<title>IL RISCALDAMENTO</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/il-riscaldamento/</link>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2016 13:30:13 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img class=" size-medium wp-image-350 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/06/11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377-300x169.jpg" alt="11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377" width="300" height="169" /></p>
<p align="justify">Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve o, all’opposto,   troppo   lungo,   può   essere   inefficace   e  compromettere   la   prestazione.   Inoltre,   l’intensità con cui   si   svolge   il   riscaldamento   è   un  fattore  di  notevole  importanza  per  le  possibili  ripercussioni sull’attività muscolare.</p>
<p align="justify">Il   riscaldamento   è   la   fase   in   cui   si   prepara   l’organismo   sia   da   un   punto   di   vista   fisico, sia psicologico,  con  una  durata  che  va  dai  10’  ai  25’.</p>
<p align="justify">Gli  obiettivi  del  riscaldamento  sono  molteplici:</p>
<ol>
<li>
<p align="justify">Aumentare  la  temperatura  corporea  (39  °C)  in  modo  da:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">facilitare  le  reazioni  biochimiche  soprattutto  all’interno  del  muscolo  (con  una  temperatura più  alta l’ossigeno,  si  dissocia  più  velocemente  dall’emoglobina,  Hb,  e  viene  ceduto  alla mioglobina,  che ha  un’affinità  maggiore  per  l’ossigeno  rispetto  all’emoglobina);</p>
</li>
<li>
<p align="justify">velocizzare  la  conduzione  degli  impulsi  nervosi;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">ridurre  gli  attriti  articolari  e  la  viscosità  del  tessuto  muscolare;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">aumentare  il  flusso  sanguigno  nei  muscoli  attivati.</p>
</li>
</ul>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre  organi  e  apparati  a  intensità  più  elevate; infatti,  la  frequenza  cardiaca  (FC)  aumenta  e viene trasportato  più  sangue  nei  muscoli  impegnati,  riducendo  temporaneamente  l’irrorazione  ai  muscoli meno coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre   l’organismo   alla   corretta   coordinazione   del   gesto,   attraverso   il  miglioramento  della coordinazione intra e intermuscolare,  attivando  muscoli,  articolazioni  e  segmenti  ossei  che  saranno maggiormente  coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Prevenire  e  ridurre  i  rischi  di  infortunio muscolari,  tendinei  ed  articolari,  in  quanto  un muscolo  “freddo” è  più  soggetto  a  lesioni  rispetto  al  muscolo  “caldo”. Tradizionalmente  il  riscaldamento  viene  suddiviso in  due fasi:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">una  parte generale,  in  cui  si  ricerca  l’aumento  della  temperatura  corporea,  una  migliore  fluidità articolare ecc;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">una parte specifica, dove  si  aumenta  progressivamente  l’intensità  e  si  propongono  attività più specifiche  e correlate  con  la  prestazione.</p>
</li>
</ul>
</li>
</ol>
<p align="justify">Non   esistono   protocolli   standardizzati   di   riscaldamento,   poiché   ci   sono   troppe   differenze interindividuali, ma  si  possono  senz’altro  seguire  alcune  linee  guida.</p>
<p align="justify"><strong>Prima  fase</strong>,  “<b><strong>RAISE</strong></b>”: dall’inglese  “innalzare”,  aumentare  temperatura,  frequenza  cardiaca,  frequenza respiratoria, flusso  sanguigno  ai  muscoli  e  fluidità  delle  articolazioni  attraverso  attività  a  bassa  intensità.</p>
<p align="justify">Negli   sport   di   squadra   questa   fase   può   essere   effettuata   anche   attraverso   esercizi   tecnici  specifici (sport  skills),  ma  sempre  a  bassa  intensità.</p>
<div id="pageContainer2" dir="ltr">
<div id="textLayer2" dir="ltr">
<p><strong>Seconda  fase</strong>,  “<b><strong>ACTIVE  AND  MOBILIZE</strong></b>”: in  questa  fase  si  attivano  i  gruppi  muscolari  da  impegnare  e  si mobilizzano  le  articolazioni  raggiungendo   un   Range   of   Motion   (ROM)   specifico.   Ovviamente   l’attivazione muscolare   è  specifica  per  l’attività/sport.  Sulla  mobilizzazione  si  potrebbe  aprire  una  discussione  senza fine; in   passato   si   usava   quasi   esclusivamente   lo  stretching statico (Anderson) e  quindi  distrettuale;  gli orientamenti  attuali  preferiscono  lavorare  sul  movimento,  con  il  metodo  dello  stretching dinamico, per tre motivi  principali:</p>
<ul>
<li>la  natura  dinamica  degli  esercizi  permette  di  mantenere  gli  effetti  della  fase  di  “RAISE”;</li>
<li>gli  esercizi  sono  più  specifici  e  permettono  alla  muscolatura  di  rimanere  attiva,  ma  a  bassa intensità;</li>
<li>ottimizzazione  dei tempi.</li>
</ul>
<p>Terza  fase,  “<b><strong>POTENTATION</strong></b>”: in  questa  fase  si  ha  un  graduale  passaggio  dalla  bassa  intensità  all’alta intensità  e  da  esercizi  generali  a esercizi  specifici.  Il  primo  obiettivo  di  questa  fase  è  quello  di  arrivare  in maniera progressiva  a  intensità specifiche,  simili  a  quelle  dell’attività  per  cui  ci  si  prepara.  In  secondo luogo si  cerca  di  stimolare  il <b><strong>PAP  EFFECT</strong></b>,  Post-­Activation Potentiation, per  migliorare  la performance  (soprattutto muscolare)  di  forza  e  potenza.</p>
</div>
</div>
<div id="Sezione1" dir="ltr">
<div id="Sezione2" dir="ltr">
<p>Lo   stretching   nel   riscaldamento   è   di   uso   comune   ma   non   può   essere   pensata   come   unico mezzo di riscaldamento.  Per  molti  autori  oltre  ad  essere  del  tutto  inefficace,  è  anche  dannoso. Secondo   Alter, infatti, l’allungamento   del   muscolo   provocherebbe   unno   schiacciamento   dei  capillari  perimuscolari  con conseguente ischemia  da  contrazione  isometrica  eccentrica.  Non dimentichiamo  infatti  che  l’azione  muscolare dello stretching  è  molto  simile  a  ciò  che  avviene durante  una  contrazione  eccentrica.</p>
<p>Molti  autori  sconsigliano  lo  stretching  come  unico  mezzo  sia  prima  di  una  competizione  che  di una  gara, ma consigliano  il  suo  inserimento  in  maniera  controllata  e  soprattutto  idonea  al successivo  impegno  da svolgere.</p>
<p>È  consigliato  un  numero  limitato  di  esercizi  di  allungamento  accompagnato   da   esercizi   di   vascolarizzazione</p>
<p>(contrazioni   dinamiche,   non   isometriche,  contro  resistenza)  per  produrre  l’effetto  pompa  nel  muscolo (Chatard).  Alternare  contrazioni muscolari  dell’antagonista  e  dell’agonista  è  di  norma  sufficiente  per  allungare la  muscolatura interessata.</p>
<h3 class="western">Riscaldamento e temperatura esterna</h3>
<p>La  temperatura  esterna  influisce  sul  riscaldamento  e  può  modificare  i  suoi  effetti  fisiologici. Quando  le temperature  sono  elevate  si  può  andare  in  contro  a  crampi,  disidratazione,  nausea, che  condizionano  il riscaldamento  e  la  fase  successiva.  In  questi  casi  si  consiglia  di  diminuire leggermente   il   tempo   totale   del riscaldamento,   evitare   troppi   minuti   di   corsa   ed   idratarsi durante  e  dopo  lo  svolgimento  del riscaldamento stesso.</p>
</div>
</div>
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<div id="textLayer3" dir="ltr">
<p align="justify">Quando  le  temperature  sono  rigide  è  importante  prima  di  tutto  utilizzare  un  abbigliamento appropriato  alla bassa  temperatura,  inserire  qualche  minuto  in  più  di  corsa,  preferire  esercizi di  mobilizzazione  dinamica  a scapito  di  quelli  statici  ed  evitare  troppi  “tempi  morti”.</p>
<p align="justify">fonte: <a href="http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/">http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/</a></p>
</div>
</div>
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		</item>
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		<title>EPICONDILITE &#8211; gomito del tennista</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/epicondilite-gomito-del-tennista/</link>
		<comments>http://www.riabilitart.it/epicondilite-gomito-del-tennista/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 23 Dec 2015 13:22:23 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione fasciale]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[osteopatia strutturale]]></category>
		<category><![CDATA[epicondilite]]></category>
		<category><![CDATA[gomito del tennista]]></category>

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		<description><![CDATA[L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite.jpg"><img class=" size-medium wp-image-325 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/12/epicondilite-300x238.jpg" alt="epicondilite" width="300" height="238" /></a></p>
<p>L’epicondilite è un dolore localizzato all’epicondilo che rende dolorosi, o quando è molto grave anche impossibili, alcuni movimenti semplici come ruotare la maniglia della porta oppure versare da bere. L’epicondilo è un distretto anatomico che si trova all’altezza dell’articolazione del gomito: è facilmente individuabile portando il braccio a 90 gradi, piegando il gomito e ruotando la mano ponendo il palmo verso il basso. L’area sopra il gomito, appunto è quella interessata dall’epicondilite, ovvero l’infiammazione dei muscoli che si inseriscono sull’epicondilo.</p>
<p>Spesso erroneamente, viene chiamata anche <strong>Gomito del tennista,</strong> in quanto il tennis è uno di quegli sport che spesso genera  infiammazioni all’epicondilo, ma va ricordato che anche altri soggetti possono esserne colpiti, come muratori e manovali, o chiunque esegua ripetutamente dei movimenti di flessione del braccio e rotazione del polso.</p>
<h5><strong>CAUSE</strong></h5>
<p>Generalmente vanno ricercate in uno scorretto uso dell’articolazione che messa in sovraccarico, tende ad infiammarsi nella componente epicondilare, ma non va assolutamente sottovalutata la compresenza di patologie  a carico del rachide cervicale (c5-c6-c7), e proprio la compresenza di cervicalgia deve destare sospetto e attenzione nel trattamento per evitare il fallimento per incompletezza di trattamento alla fonte del problema.</p>
<h5><strong>DIAGNOSI</strong></h5>
<p>Il dolore specifico alla palpazione dell’epicondilo rappresenta il segno che caratterizza l’affezione. Viene eseguito sul gomito piegato a 90 gradi, e si palpa così il tendine comune epicondileo, l’interlinea omero-radiale, il bordo esterno della testa radiale e la zona in cui emerge il nervo radiale. Alla palpazione quasi sempre si apprezzano un paio di cordoni mialgici nel muscolo corto supinatore e nei muscoli radiali. Altro segno quasi certo è il dolore provocato nei muscoli epicondilari, quando si chiede una estensione contrastata del polso a dita flesse e l’estensione contrastata delle dita, sopratutto del medio.</p>
<h5 class="video-youtube"><strong>TRATTAMENTO</strong></h5>
<p>Generalmente questa patologia è molto ostica, e il trattamento orale mediante antinfiammatori come Fans, non basta ( al primo dolore si può assumere un antinfiammatorio, ma non è consigliato l’uso per oltre i 5 giorni, e sempre sotto controllo medico). Se persiste la sintomatologia dolorosa, va preso in esame il trattamento di fisioterapia per l’epicondilite, il prima possibile, per evitare fenomeni di cronicità, che possono allungare di molto la guarigione.</p>
<p>Per prima cosa, va assolutamente allontanata la causa del dolore (racchetta da tennis, lavoro manuale intenso..ecc) fino al completo superamento del dolore. Evitare Prove varie per testare il livello di infiammazione, in quanto avrebbero solamente come effetto il riacutizzarsi della sintomatologia.</p>
<p>Come secondo rimedio, è consigliata la crioterapia: Borsa del ghiaccio classica, con cubetti, da mettere sulla zona dolorosa per almeno 15 minuti, 3 volte al giorno (non tenere sulla zona per oltre il tempo consigliato, pena ustioni da freddo).</p>
<p>Durante la giornata, è possibile provare a migliorare il “Sovraccarico” dell’epicondilo, mediante l’uso di un piccolo tutore, che va posizionato subito al di sotto della zona dolente, proprio nell’area molle al tatto. Tale tutore può essere usato anche durante gli allenamenti nel tennis, o durante le sessioni in moto.</p>
<p>Nel caso in cui i consigli sopra descritti non dovessero sortire un adeguato risultato, si può passare al trattamento ribilitativo che prevede una serie di metodologie da mettere in atto: il fisioterapista, valuta l’area coinvolta nell’infiammazione, andando ad analizzare quale muscolo è maggiormente doloroso. Si valuta anche il movimento che da maggiore dolore, ed eventualmente se vi è una corrispondenza a livello cervicale, per poterla trattare direttamente. Successivamente si può intervenire attraverso manipolazioni e un consistente lavoro sulla componente miofasciale in modo da allentare le tensioni che hanno generato quest&#8217;infiammazione e il suddetto lavoro può essere coadiuvato dall&#8217;azione di terapie fisiche quali tecarterapia, laser yag ad alta potenza o onde d&#8217;urto; sempre al fine di ridurre l&#8217;infiammazione.</p>
<p>Altri fattori da non sottovalutare sono un&#8217;adeguato stretching, in quanto un giusto allungamento permette un movimento corretto di tutte le strutture e l&#8217;utilizzo del kinesiotape per la riduzione dell&#8217;edema e dalla congestione.</p>
<p>È previsto inoltre in letteratura il trattamento con mesoterapia e infiltrazioni con cortisone e acido ialuronico.</p>
<h5><strong> TRATTAMENTO CHIRURGICO</strong></h5>
<p>La chirurgia è riservata a quelle situazioni in cui il trattamento non invasivo, non ha sortito i giusti risultati. Va comunque ricordato, che il trattamento di una epicondilite, può durare anche diverse sedute (anche 15-20 sedute possono essere necessarie a contrastare i casi cronici o molto resistenti).</p>
<p>Le tecniche chirurgiche più utilizzate sono:</p>
<ul>
<li>denervazione dell’epicondilo (Kaplan, Wihelm)</li>
<li>escissione del tessuto patologico del tendine</li>
<li>disinserzione del tendine a raschiamento dell’epicondilo (hohmann) associato eventualmente a una sezione del legamento anulare</li>
<li>allungamento del secondo radiale</li>
<li>ablazione dello pseudomenisco o delle frange sinoviali</li>
<li>liberazione della branca posteriore del nervo radiale</li>
<li>disinserzione dei muscoli epicondilei</li>
</ul>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="http://www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/">www.mdmfisioterapia.it/patologie/epicondilite/</a></p>
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		<title>DOLORE MUSCOLARE AD INSORGENZA RITARDATA (DOMS)</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/dolore-muscolare-ad-insorgenza-ritardata-doms/</link>
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		<pubDate>Thu, 12 Nov 2015 14:33:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[acido lattico]]></category>
		<category><![CDATA[dolore muscolare]]></category>
		<category><![CDATA[DOMS]]></category>
		<category><![CDATA[lesione]]></category>

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		<description><![CDATA[Il DOMS (Delayed Onset Muscle Soreness, ovvero Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata) è un fenomeno che si presenta in maniera molto frequente nei giorni immediatamente successivi ad una attività fisica intensa, specie nei soggetti poco allenati. A tutti, infatti, sarà capitato in più di una occasione (soprattutto dopo un lungo periodo di inattività specifica) di [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/11/tessuto_muscolare_striato_scheletrico.jpg"><img class=" size-medium wp-image-321 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2015/11/tessuto_muscolare_striato_scheletrico-300x220.jpg" alt="tessuto_muscolare_striato_scheletrico" width="300" height="220" /></a></p>
<p>Il <strong>DOMS</strong> (<strong>Delayed Onset Muscle Soreness</strong>, ovvero Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata) è un fenomeno che si presenta in maniera molto frequente nei giorni immediatamente successivi ad una attività fisica intensa, specie nei soggetti poco allenati.</p>
<p>A tutti, infatti, sarà capitato in più di una occasione (soprattutto dopo un lungo periodo di inattività specifica) di avvertire il mattino seguente una corsa, una partita di calcio o una seduta in palestra, un dolore intenso e diffuso a livello degli arti principalmente impiegati il giorno precedente.</p>
<p>E&#8217; luogo comune pensare che i dolori muscolari post allenamento siano causati dall&#8217;accumulo di <strong>acido lattico</strong> nell&#8217;organismo, ma questa concezione, oggi, è stata ampiamente superata.</p>
<p>Il lattato, prodotto durante una intensa attività anaerobica, tende a diminuire al termine dello sforzo muscolare in quanto, il suo stesso ciclo metabolico fa si che le concentrazioni nel sangue tornino a livelli normali già dopo qualche minuto: ciò consente un graduale smaltimento anche a livello muscolare nel giro di qualche ora.</p>
<p>La comparsa di dolore è, invece, da attribuirsi alla comparsa di micro lesioni a livello delle fibre muscolari coinvolte dovute a contrazioni di tipo <strong>eccentrico</strong>: questo fenomeno è conosciuto come <strong>DOMS</strong>.</p>
<p>In modalità eccentrica, infatti, il muscolo viene allungato mentre è contratto (come ad esempio accade quando freniamo la caduta di un oggetto o ci pieghiamo sulle gambe) e se lo sforzo è troppo elevato, alcune delle sue strutture non reggono la tensione, andando incontro ad una serie di alterazioni biochimiche:</p>
<ul>
<li>modifiche della permeabilità del sarcolemma con deficit della pompa Na/K e conseguenti squilibri elettrolitici;</li>
<li>abbassamento del PH e creazione di un ambiente acido con innesco di enzimi lisosomiali ad azione proteolitica;</li>
<li>lisi della miofibrille (la presenza in concentrazioni elevate nel sangue dell&#8217;enzima CK, creatinchinasi, è indice, tra le altre cose, di danno muscolare);</li>
<li>innesco del processo infiammatorio;</li>
<li>turnover delle proteine muscolari.</li>
</ul>
<p>Il processo impiega diverse ore per svilupparsi pienamente e questo spiega il ritardo con cui si verifica l&#8217;insorgenza dei sintomi della DOMS (<strong>perdita di forza</strong>, <strong>dolore</strong>, <strong>fragilità muscolare</strong>, <strong>rigidità</strong> e <strong>gonfiore</strong>) che, dopo il raggiungimento del loro picco nell&#8217;arco delle 48 ore, tendono a risolversi dopo qualche giorno.</p>
<p>La comparsa del DOMS non deve essere confusa con le lesioni muscolari localizzate ed acute quali stiramenti o &#8220;strappi&#8221; che, invece, si verificano in determinate aree di un muscolo e provocano dolore acuto durante lo svolgimento di una attività, tanto da impederne, nella maggior parte dei casi, la prosecuzione.</p>
<p>L&#8217;entità del <strong>Dolore Muscolare a Insorgenza Ritardata</strong> è strettamente correlata alle condizioni fisiche del soggetto che svolge l&#8217;attività fisica e sarà direttamente proporzionale allo stress fisico applicato alle sue strutture muscolari (parametri da tenere in considerazione sono carico, ripetizioni, escursione articolare e tempi di recupero): facile intuire che, fin quando non sarà cessato il dolore (e quindi il &#8220;turnover muscolare&#8221;), sarà opportuno non insistere con ulteriori azioni stressanti.</p>
<p>Concludendo, la presenza del DOMS è indice di un allenamento intenso ed efficace ma non per questo è da ricercare continuamente: infatti, una giusta programmazione dell&#8217;allenamento, graduale e personalizzato, può garantire un training corretto e funzionale evitando l&#8217;insorgenza di dolore.</p>
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