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		<title>CAPSULITE ADESIVA</title>
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		<pubDate>Tue, 20 Nov 2018 09:06:05 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni. La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-399" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/11/Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260-300x166.jpg" alt="Dolore-alla-spalla-Parkinson-470x260" width="300" height="166" /></a></p>
<p>La capsulite adesiva della spalla, detta comunemente sindrome della spalla congelata, è una patologia infiammatoria molto dolorosa, che con il passare del tempo limita progressivamente i movimenti della spalla fino alla sua totale rigidità. È frequente soprattutto nelle donne tra i 35 e i 55 anni.<br />
La malattia non sempre viene diagnosticata tempestivamente: talvolta i sintomi vengono associata a una generica “infiammazione” o più semplicemente a un dolore a livello del collo. Il ritardo nel corretto trattamento allunga così i tempi di guarigione.<br />
La malattia si sviluppa principalmente in tre fasi:<br />
-Nella prima fase, che di solito dura tre o quattro mesi, si verifica il “congelamento”, ossia la progressiva perdita di movimento della spalla e un’acutizzazione del dolore.<br />
-Nella seconda fase, che generalmente dura da quattro mesi a un anno, il dolore diminuisce leggermente ma la rigidità della spalla rimane. Nei casi più gravi si può verificare anche l’intorpidimento della mano.<br />
-La terza fase è quella di “scongelamento”, che di solito dura da uno a tre anni; è questo il periodo del recupero, totale o parziale, del movimento e del graduale ritorno alla normalità.</p>
<p>Questa condizione si verifica quando la capsula del tessuto connettivo (cioè quella struttura che insieme ai legamenti regola il movimento della spalla) si restringe e si infiamma, impedendo così la normale articolarità.<br />
Alcuni studi rivelano che le persone affette da diabete hanno maggiori probabilità di sviluppare questa patologia, ma anche coloro che soffrono di malattie autoimmuni o della tiroide sarebbero maggiormente predisposte alla malattia.<br />
Infine potrebbero influire anche le immobilizzazioni forzate per un certo periodo, a seguito di un infortunio o di un intervento chirurgico sia a carico della spalla che della mammella.<br />
Il tempestivo trattamento della malattia è fondamentale per ridurre velocemente il dolore e accelerare il processo di guarigione con il recupero del movimento.<br />
L’evoluzione della capsulite adesiva è tendenzialmente benigna e questa condizione può anche risolversi spontaneamente. Per trattare la sintomatologia iniziale è generalmente indicata una terapia cortisonica orale e invitiamo il paziente a cercare di muovere il braccio nel rispetto del dolore, cercando di non far irrigidire ulteriormente l’articolazione. In questa fase iniziale si può anche consigliare lo sporadico utilizzo di un tutore per limitare il dolore. A questo scopo è possibile anche sottoporsi a una terapia a base di campi elettromagnetici come la tecar. Appena possibile, occorre affidarsi al fisioterapista per il recupero funzionale dell’articolazione e dunque della mobilità. Bisogna infatti evitare che la spalla si irrigidisca ulteriormente.<br />
Laddove le terapie non dovessero essere efficaci e il dolore dovesse limitare le quotidiane attività del paziente, si può intervenire chirurgicamente in artroscopia. Questo però avviene in casi piuttosto rari.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: <a href="https://www.humanitas.it/news/20452-spalla-congelata-limportanza-un-trattamento-tempestivo">www.humanitas.it</a></p>
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		<title>MAL DI SCHIENA AL RISVEGLIO</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jun 2018 06:16:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Può capitare di avere il mal di schiena al risveglio ed iniziare quindi la giornata non nel modo migliore, portandosi dietro tutto il fastidio e la spossatezza che una pessima alzata può causare. È però indispensabile trovare una soluzione al problema per non avere future ripercussioni. Ma dove andare a scovare le cause? Sicuramente una [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/06/alzarsi.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-388" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2018/06/alzarsi-300x159.jpg" alt="alzarsi" width="300" height="159" /></a></p>
<p>Può capitare di avere il mal di schiena al risveglio ed iniziare quindi la giornata non nel modo migliore, portandosi dietro tutto il fastidio e la spossatezza che una pessima alzata può causare.<br />
È però indispensabile trovare una soluzione al problema per non avere future ripercussioni.<br />
Ma dove andare a scovare le cause? Sicuramente una verifica del materasso va fatta, se è molto vecchio, se è deformato, oppure un cuscino troppo morbido o troppo duro, ma il più delle volte la lombalgia non dipende da quello.<br />
Ecco alcune possibili situazioni e quale consiglio è meglio seguire per alleviare e risolvere il dolore.</p>
<p><strong>La postura</strong></p>
<p>La postura che manteniamo quotidianamente è fondamentale per non soffrire di dolori di vario tipo, dal mal di schiena nella zona lombare oppure nella zona delle spalle. E la posizione in ufficio, in cui trascorriamo molte ore seduti, può essere fonte di diversi stati dolorosi ed anche del mal di schiena mattutino. Valutate quindi come state seduti durante la giornata e apportate le giuste correzioni come quello di stare appoggiati allo schienale e tuttalpiù di usare un cuscino per evitare di incurvare la colonna vertebrale. Una postura corretta aiuta il benessere del corpo, attenzione anche a quando camminate e all’uso eccessivo di tacchi troppo alti che sbilanciano la colonna vertebrale generando una posizione scorretta. Vi sono alcune tecniche di correzione che potreste utilizzare come la Alexander.</p>
<p><strong><span class="evidenziatore">Sforzi eccessivi</span></strong></p>
<p>Se fate un lavoro pesante o avete per caso sollevato pesi per un trasloco o per avere riordinato casa o il giardino, può essere che tutto il “lavoro” sia stato scaricato sulla zona lombare. Questo perché spesso non ci si piega sulle ginocchia utilizzando quindi anche le gambe, ma ci si piega semplicemente e si sforza con le braccia. Se avete mal di schiena al risveglio per questa situazione è meglio effettuare esercizi di allungamento ed in caso estremo utilizzare un disinfiammante. In pochissimi giorni il tutto sparisce.</p>
<p><strong><span class="evidenziatore">Attività sportiva</span></strong></p>
<p>Anche la pratica eccessiva di una attività sportiva può causare mal di schiena al risveglio o se non si usa la corretta attrezzatura. Se correndo o facendo jogging non si usano delle scarpe appropriate, le vibrazioni che dal piede salgono alla schiena, posso causare problemi alla parte bassa della schiena. Oppure se vengono praticati esercizi di addominali non correttamente, accade che la schiena ne soffra. Prestate quindi attenzione anche quando vi allenate, non esagerate e seguite le indicazioni dei professionisti per evitare spiacevoli problemi dolorosi.</p>
<p><strong><span class="evidenziatore">Stress</span></strong></p>
<p>Anche lo stress e la tensione nervosa (ed è forse tra le cause più frequenti) possono a volte scaricarsi nella zona lombare e generare il mal di schiena al risveglio. Se nella parte alta avvengono contrazioni ed irrigidimento, anche verso la zona sacrale si possono creare irrigidimenti che nonostante il sonno, non si riescono ad eliminare, generando dolori al mattino. In questo caso, provate con applicazioni calde o affidatevi ad un buon massaggiatore che può agire in modo specifico e con poche sedute eliminare il problema, ma il miglior consiglio è quello di trovare uno sfogo con attività sportiva o qualche hobby che vi rassereni il più possibile.</p>
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<p>fonte: <a href="https://www.riabilimed.it/mal-schiena-al-risveglio-possibili-cause-soluzioni/?utm_campaign=shareaholic">https://www.riabilimed.it/mal-schiena-al-risveglio-possibili-cause-soluzioni/?utm_campaign=shareaholic</a></p>
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		<title>SINDROME DEL TUNNEL CARPALE</title>
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		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 08:53:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[manipolazione fasciale]]></category>
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		<description><![CDATA[La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita. La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale.jpg"><img class=" size-medium wp-image-380 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/10/tunnel-carpale-300x225.jpg" alt="tunnel-carpale" width="300" height="225" /></a></p>
<p>La sindrome del tunnel carpale è un disturbo da compressione nervosa abbastanza comune, che causa dolore, senso di intorpidimento e formicolio al polso, alla mano e alle dita.<br />
La causa è raramente una sola; infatti, di solito, la sindrome del tunnel carpale è il risultato di una combinazione di diverse circostanze. I sintomi peggiorano con il tempo e tendono a farsi più acuti e insopportabili durante la notte. Un esame obiettivo accurato è sufficiente, molto spesso, per diagnosticare il disturbo; tuttavia, in alcuni casi, il medico richiede ulteriori controlli per accertarsi che non vi siano altre patologie in atto. La terapia può essere conservativa o chirurgica, a seconda della gravità e della durata della sintomatologia.</p>
<p>Il tunnel carpale è una struttura osteo-legamentosa, fatta ad arco e situata tra la parte interna del polso e il palmo della mano. Esso viene chiamato tunnel perché forma uno stretto passaggio per nove tendini e per un nervo, sensitivo e allo stesso tempo motorio, denominato nervo mediano. Lateralmente e posteriormente al tunnel carpale, ci sono le ossa della mano, dette anche ossa carpali. Il nervo mediano origina circa a livello dell&#8217;ascella, scorre lungo tutto il braccio e, passando attraverso il polso, raggiunge il palmo e le dita della mano (escluso il mignolo).<br />
Esso ha sia una funzione sensitiva, in quanto provvede alle capacità tattili del palmo della mano, sia una funzione motoria, in quanto permette di muovere il pollice, l&#8217;indice, il medio e una parte dell&#8217;anulare.</p>
<p>La sindrome del tunnel carpale può colpire chiunque. Tuttavia, secondo diversi studi statistici, insorge prevalentemente in età medio-avanzata, attorno cioè ai 45-60 anni, e colpisce più donne che uomini (il rapporto, infatti, è di 3 a 1 per il sesso femminile). La sindrome del tunnel carpale insorge quando il nervo mediano, a livello del tunnel carpale, subisce una compressione nervosa tale per cui perde parte della sua funzione sensitiva e parte della sua funzione motoria.<br />
La sindrome del tunnel carpale colpisce il polso, il palmo della mano e le dita controllate dal nervo mediano (ovvero pollice, indice, medio e parte dell&#8217;anulare). I sintomi principali come dicecvamo sono tre: formicolio, senso di intorpidimento  e dolore.<br />
Essi compaiono in modo graduale, mai improvvisamente, e tendono a peggiorare in due situazioni: nel corso della notte, forse a causa delle involontarie flessioni del polso, e mettendo continuamente in tensione le articolazioni interessate.<br />
Nella maggior parte dei casi, il medico diagnostica la sindrome del tunnel carpale con un esame obiettivo accurato e con una valutazione meticolosa della storia clinica e delle abitudini del paziente. Tuttavia, in alcune rare circostanze, deve ricorrere a degli esami più specifici, come per esempio l&#8217;elettromiografia, per assicurarsi che i disturbi non siano dovuti a cause diverse.<br />
Il trattamento terapeutico per la sindrome del tunnel carpale dipende dalla gravità e dalla durata dei sintomi. Infatti, la terapia è conservativa (cioè non chirurgica) quando i disturbi al nervo mediano sono moderati, sopportabili e presenti da pochi mesi; è invece chirurgica quando la sintomatologia è intensa, tale da condizionare la vita quotidiana, e in atto da almeno 6 mesi.</p>
<p>Per quanto riguarda le terapie più idonee da eseguire sono sicuramente manipolazioni fasciali per allentare la tensione sul nervo e il trattamento osteopatico per il riequilibrio di tutta la zona, mentre per sfiammare il nervo mediano le terapie più indicate sono l&#8217;esecuzione di tecarterapia e laserterapia.<br />
fonte://www.my-personaltrainer.it/salute-benessere/sindrome-tunnel-carpale.html</p>
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		<title>IL KINESIO TAPE</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/il-kinesio-tape/</link>
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		<pubDate>Thu, 28 Sep 2017 06:39:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
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		<description><![CDATA[Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di cerotto elastico in cotone, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica. Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg"><img class="alignnone size-full wp-image-376" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/KinesioTape.jpg" alt="KinesioTape" width="296" height="265" /></a></p>
<p>Il kinesio taping è una metodica basata sull’applicazione di un particolare tipo di <strong>cerotto elastico in cotone</strong>, che non rilascia alcun principio attivo ed è stato brevettato appositamente per il trattamento di piccole lesioni di natura neurologica e/o ortopedica.<br />
Ai muscoli non viene attribuito solamente il compito di muovere il corpo, ma anche il controllo della circolazione dei fluidi venosi e linfatici e della temperatura corporea. Se correttamente applicato questo speciale cerotto può quindi potenziare gli effetti del trattamento riabilitativo attenuando dolori causati da contratture o tensioni muscolari o riducendo edemi ed ematomi sottocutanei.</p>
<p>La nascita di questa metodica risale agli anni Settanta ed è opera di un chiropratico giapponese, il dottor <strong>Kenzo Kase</strong>. La prima “apparizione” internazionale è stata in occasione delle Olimpiadi di Seul nel 1988 con la Nazionale Giapponese di Pallavolo, ma nel corso degli anni la sua diffusione ha raggiunto tutto il mondo. In Europa la prima comparsa è avvenuta in occasione delle Olimpiadi di Atene nel 2004.</p>
<p>L’epidermide è dotata di una serie di ricettori nervosi che attraverso degli stimoli esterni possono comunicare con i muscoli sottostanti. Questi cerotti, applicati sulla pelle, possono, a seconda della posizione, della direzione e della tensione, <strong>inibire un muscolo sovraccaricato e contratto</strong>, che preme sui ricettori del dolore, o viceversa stimolarne uno ipotonico. In questo modo si attenua il dolore e si ripristina progressivamente la funzione motoria.</p>
<p>Nella cura degli edemi è in grado di ridurre il dolore e <strong>facilitare il drenaggio linfatico </strong>mediante il sollevamento della pelle. Viene applicato sulla cute, tagliato a forma di ventaglio. In questo modo il cerotto determina una serie di convoluzioni della pelle, simili a piccole onde, che vanno ad agire sul flusso linfatico come pompe di drenaggio, favorendo così il riassorbimento dell’edema. La sua applicazione può aiutare a ridurre l’infiammazione, la fatica e il dolore muscolare.<br />
Il cerotto è in grado, infine, di svolgere una funzione propriocettiva, ossia di <strong>protezione del tendine e del legamento</strong>, poichè aiuta a mantenere in posizione corretta le articolazioni e aumenta la percezione di stabilità sulla meccanica articolare</p>
<p>Il vantaggio rispetto ai tradizionali bendaggi è dovuto al fatto che si tratta di un prodotto elastico, non rigido, che consente quindi agli sportivi di muoversi meglio, più liberamente, e al contempo di essere comunque protetti. <strong>E’ in puro cotone e privo di lattice</strong>, in questo modo si riducono quindi anche i rischi di sviluppare forme allergiche o di irritazione alla pelle.</p>
<p>Ne consegue, infine, per lo sportivo una maggiore sicurezza a livello psicologico. Ciò che conta, tuttavia, è che questo effetto non si trasformi in una forma di dipendenza e che lo sportivo non ne possa più fare a meno, anche senza una reale esigenza, come si è già verificato in alcuni casi.</p>
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<p>fonte: http://www.humanitasalute.it</p>
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		<title>SINDROME FEMORO-ROTULEA</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-femoro-rotulea/</link>
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		<pubDate>Mon, 18 Sep 2017 07:37:59 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;" align="justify"><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408.jpg"><img class="alignnone size-medium wp-image-368" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/09/sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408-300x168.jpg" alt="sindrome-femoro-rotulea-fisicamente-gabriele-vanzetta-727x408" width="300" height="168" /></a></p>
<p align="justify">La sindrome femoro rotulea è una patologia relativamente frequente nell’ambito sportivo. La sua eziopatogenesi è essenzialmente riconducibile ad un malallineamento dell’articolazione del ginocchio, oppure ad una displasia a carico della rotula e/o della troclea femorale. La gonalgia anteriore che accompagna questa patologia, può rivelarsi altamente limitante nei confronti della pratica sportiva. In particolare, alcune discipline sportive, che prevedano dei piegamenti degli arti inferiori di una certa entità, come ad esempio la danza oppure il sollevamento pesi, possono contribuire, in atleti che posseggano una predispozione di tipo anatomico-funzionale, all’insorgenza della patologia.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea è costituita da un insieme di alterazioni morfofunzionali che determinano l’insorgenza di una gonalgia anteriore. Da un punto di vista eziopatologico le alterazioni che si possono ritrovare alla base della sindrome femoro-rotulea, sono essenzialmente riconducibili ad un malallineamento, oppure ad una displasia della rotula e/o della troclea femorale. Occorre comunque ricordare che le alterazioni funzionali delle strutture anatomiche sovra e sottostanti, come ad esempio le variazioni assiali o rotazionali dell’arto inferiore, oppure le alterazioni morfo-funzionali del piede, possono influire negativamente sulla meccanica dell’articolazione femoro-rotulea. Da un punto di vista anatomico, la rotula è un osso sesamoide, di forma grossolanamente triangolare, posta internamente al tendine del muscolo quadricipite. Meccanicamente la rotula, articolandosi con il solco trocleare del femore, costituisce il fulcro di tutto il meccanismo estensorio dell’arto inferiore. La rotula si trova a contatto con il femore a partire dai 15°-20° di flessione e sino alla flessione articolare completa (Insall e coll., 1983). Sia le superfici articolari della rotula stessa, che quelle del solco trocleare, sono rivestite da una cartilagine articolare spessa mediamente dai 4 ai 6 mm. I normali meccanismi di scorrimento dell’articolazione femoro-rotulea vengono controllati da fattori statici, ossia non contrattili e dinamici, ossia contrattili. I fattori statici sono costituiti dalle dimensioni della rotula, dei condili femorali e dalle loro dimensioni, dalla forma e dall’angolo del solco trocleare e dall’allineamento dell’arto inferiore. I principali stabilizzatori meccanici della rotula sono il muscolo vasto laterale (VL) ed il vasto mediale obliquo (VMO), porzione terminale del vasto mediale che si inserisce con un angolo di circa 55° sul bordo mediale della rotula (Brownstein e coll., 1985). Inoltre, il tratto ileo tibiale ed il capo corto del bicipite femorale, per la loro azione di controllo sulla rotazione tibiale , possono essere, a tutti gli effetti, considerati anch’essi degli stabilizzatori dinamici che concorrono al controllo dell’angolo Q (Kettelkamp, 1981). Nell’ambito della sindrome femoro-rotulea, la biomeccanica articolare riveste un ruolo fondamentale. Infatti, un’anormalità di forma e/o di posizione della rotula stessa, ha una ricaduta diretta sulla sua funzionalità, determinandone un alterato scorrimento nel solco trocleare. Un cattivo scorrimento rotuleo può portare ad un’alterazione cartilaginea comunemente riferita come condrosi od artrosi, la cui eziologia è da ricondursi all’azione di forze compressive non adeguatamente ripartite sull’intera superficie dell’articolazione femoro-rotulea stessa. Un aumento dell’ampiezza dei movimenti in flessione del ginocchio, come richiesto da molte attività ludico-sportive, aumentando l’entità delle forze di compressione a livello femoro-rotuleo, può causare un’alterazione della superficie articolare, riscontrabile anche in individui giovani.</p>
<p align="justify">La sindrome femoro-rotulea, di cui si riscontra una maggior incidenza nella popolazione femminile rispetto a quella maschile, è caratterizzata da dolore costante nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio. Talvolta si può verificare uno pseudo-blocco articolare di natura antalgica. L’ampiezza di movimento risulta comunque, nella maggior parte ridotta, a questo si associa un’importante ipotonotrofia del muscolo quadricipite. Nel processo di cronicizzazione possono essere coinvolte le strutture molli articolari come il tendine rotuleo, la borsa sovrapatellare, prepatellare ed anserina, il cuscinetto adiposo infrarotuleo, i retinacoli mediale e laterale, le pliche mediale, laterale e superiore, il nervo safeno a livello del tubercolo degli adduttori od al tendine della zampa d’oca (Roels e coll., 1978; Patel, 1986). Spesso il gonfiore è localizzato nell’area del recesso sovrarotuleo ed è dovuto ad infiammazione del tessuto sinoviale, della borsa sovrarotulea e del cuscinetto adiposo sovrarotuleo. Frequentemente si verificano episodi di cedimento essenzialmente imputabili ad inibizione muscolare secondaria a dolore e/o edema articolare (Brownstein e coll., 1985; Kennedy e coll., 1982). Durante alcune attività, come ad esempio il salire o lo scendere le scale, il paziente può percepire una sensazione di scroscio e crepitio, non sempre associata a sintomatologia dolorosa. Generalmente camminare in salita provoca meno dolore di quanto non si provi camminando in discesa, questo è dovuto al fatto che il ginocchio sotto carico in salita, raggiunge un angolazione pari a circa 50°, mentre in discesa l’angolo di flessione raggiunge circa gli 80° . Tipico è il cosiddetto “segno del cinema”, ossia la sintomatologia dolorosa che il paziente percepisce nella parte anteriore dell’articolazione del ginocchio, dopo aver mantenuto quest’ultimo in posizione flessa per un tempo piuttosto prolungato. All’esame clinico si evoca dolore richiedendo una contrazione isometrica, contro resistenza, in un range compreso tra 0 e 20° di flessione. Inoltre, nell’ambito di un’instabilità di II° grado, il test di apprensione risulta positivo. La radiografia convenzionale, effettuata in diversi angoli di flessione del ginocchio e soprattutto la RM, confermano la diagnosi clinica.</p>
<p align="justify">Nella fase acuta il trattamento conservativo deve essere essenzialmente rivolto alla diminuzione del dolore ed alla ripresa di una normale funzionalità articolare. Crioterapia, TECAR e laser costituiscono le terapie strumentali maggiormente adatte a questo scopo. Parallelamente può essere iniziato un programma di rinforzamento selettivo, tramite ES del VMO, muscolo che si rivela essenziale nel controllo dell’allineamento rotuleo (Grabiner e coll., 1986; Williams e coll., 1986). L’atleta deve, ovviamente, interrompere tutte quelle attività che scatenano la sintomatologia dolorosa. L’utilizzo di un taping e/o di un tutore medializzante, può essere di grande aiuto nella riduzione del dolore. Una volta risolta la fase acuta, la seconda parte del trattamento deve essere basata sul rinforzo selettivo del VMO e sulla detensione del VL e degli ischiocrurali. Durante le esercitazioni per la muscolatura estensoria effettuate in CKC, occorre limitare la flessione articolare per evitare di provocare un eccessiva pressione sull’articolazione femoro-rotulea.</p>
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">
<p align="justify">fonte: http://www.kinemovecenter.it/guida-alla-patologia/ginocchio/non-traumatiche/sindrome-femoro-rotulea/</p>
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		<title>SINDROME DEL PIRIFORME</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-del-piriforme/</link>
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		<pubDate>Wed, 04 Jan 2017 10:10:43 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[manipolazione fasciale]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[lombalgia]]></category>
		<category><![CDATA[piriforme]]></category>
		<category><![CDATA[sciatica]]></category>
		<category><![CDATA[sindrome]]></category>

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		<description><![CDATA[La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-medium wp-image-360 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2017/01/piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260-300x195.jpg" alt="piriforme-gluteo-grande-medio-piccolo-400x260" width="300" height="195" /></p>
<p>La sindrome del piriforme è un disturbo molto doloroso causato dalla contrattura, ispessimento e ipertrofia di questo muscolo. Il più grande nemico dei pazienti con la Sindrome del Muscolo Piriforme è la scarsa conoscenza di questa patologia: da uno studio di Silver e Leadbetter (1998) risulta che su 65 medici intervistati, il 7% ritiene che non esista e il 21% non sa rispondere alla domanda “cos’è?”, o mostra perplessità sull’argomento. Questo è il motivo per cui spesso questa sindrome non è diagnosticata oppure viene scambiata per lombosciatalgia.</p>
<p>Il muscolo piriforme può diventare ipertrofico (più grande) e rigido, questi fenomeni possono causare la cosiddetta<strong> sindrome del muscolo piriforme</strong> (o sindrome del piriforme).<br />
Una disfunzione del muscolo piriforme può causare una rotazione anteriore del bacino. Questa sindrome, scambiata spesso per trocanterite ovvero infiammazione dell’inserzione tendinea sul grande trocantere del femore, colpisce soprattutto le femmine (rapporto 6:1 rispetto ai maschi), nei casi più gravi può essere invalidante, tanto da limitare le attività quotidiane.</p>
<p>Questo muscolo svolge la rotazione esterna del femore con l’anca in posizione neutra, mentre se l’anca è flessa oltre 90° allora il piriforme la ruota internamente.<br />
Nell’80-90% dei soggetti il nervo sciatico decorre anteriormente al piriforme, nel 10/15% il nervo sciatico attraversa completamente o parzialmente il muscolo piriforme, nei casi rimasti si divide in due parti: porzione peroniera e tibiale, le quali passano posteriormente e anteriormente al muscolo. Di solito è un disturbo unilaterale, ma in certi casi può diventare bilaterale con il passare del tempo.</p>
<p>Il soggetto affetto da sindrome del piriforme sente dolore al centro del gluteo che si può irradiare lungo la parte posteriore della coscia fino al ginocchio. I movimenti più dolorosi sono le rotazioni, in particolare girarsi nel letto e accavallare le gambe da seduto. Nella maggioranza dei casi le fitte si presentano stando seduti perché si appoggia il peso sul muscolo piriforme, inoltre è possibile sentire fastidio dopo qualche minuto di cammino.</p>
<p>La sciatica può essere causata dalla sindrome del muscolo piriforme, ossia intrappolamento del nervo sciatico mentre passa adiacente al muscolo.<br />
Il test Lasegue di solito è negativo, ma i movimenti contro resistenza in abduzione o adduzione provocano dolore forte o terribile.<br />
Se il fastidio raggiunge il ginocchio, alcuni pazienti hanno una deambulazione con zoppia perché ad ogni passo provano dolore in quella zona, ma nella maggioranza dei soggetti, il movimento e il cammino danno sollievo.</p>
<p>Il dolore da sciatica è insopportabile e può essere causato da un’ernia del disco, una massa tumorale, stenosi lombare, un’ematoma interno dei muscoli ischio-crurali (semimembranoso, semitendinoso e bicipite femorale), oppure dal muscolo piriforme che in caso di infiammazione aumenta di volume e comprime il nervo sciatico provocando fitte al gluteo e alla gamba.<br />
La frequenza è maggiore di quanto si pensa, in uno studio compiuto su 240 pazienti con dolore lungo il decorso dello sciatico, nel 40% la causa era la Sindrome del Piriforme.<br />
Spesso si confonde la lombosciatalgia da ernia del disco con la sindrome del piriforme perché entrambe danno dolore lungo il decorso del nervo sciatico.<br />
È possibile confondere questo dolore anche con quello provocato dalla degenerazione e fissurazione del disco intervertebrale nella sua componente esterna (anulus fibroso), infatti i sintomi si avvertono sulla zona più alta del gluteo e sulla cresta iliaca.</p>
<p>Il dolore da compressione dello sciatico può essere dato dallo schiacciamento verso la zona esterna del grande forame ischiatico o dal soffocamento tra i fasci del Piriforme.<br />
La differenza tra Sindrome del Piriforme e Lombo-Sciatalgia sta nella zona di partenza del dolore, nel primo caso inizia dalle vertebre sacrali, ma in quella zona è minima, mentre nel secondo il dolore parte a livello lombare con forte dolore, soprattutto nel movimento di estensione in piedi. Una disfunzione del muscolo piriforme può essere accompagnata da dolore inguinale, mal di pancia e nell’interno coscia.</p>
<p>Per quanto riguarda il trattamento di questa patologia, le terapie più consigliate sono l&#8217;utilizzo di Tecar terapia e la manipolazione fasciale, dolorosa per il paziente, ma il cui punto di forza è che lavora sulla causa del problema e non sui sintomi. Il muscolo piriforme dev’essere trattato anche se il paziente arriva in ambulatorio solo con la lombalgia perché questo muscolo può causare la rotazione del bacino e provocare mal di schiena.</p>
<p>La ripresa dell’attività sportiva (o lavorativa) deve avvenire in modo graduale.<br />
È buona norma non tenere il portafogli nella tasca dei pantaloni, inoltre bisognerebbe dormire con un cuscino tra le ginocchia per mantenere il muscolo rilassato. Non si possono sapere in anticipo i tempi di guarigione di questo disturbo, ma se il paziente ha la sindrome del piriforme e nessun altro disturbo lombare o sacrale, con le cure adatte può guarire completamente in poche sedute (circa 3 settimane); mentre se la persona soffre anche di altri disturbi lombari (per esempio l’infiammazione del nervo sciatico), i sintomi possono rimanere per molti mesi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: http://www.fisioterapiarubiera.com/dolore-anca/sindrome-del-piriforme/</p>
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		<title>IL RISCALDAMENTO</title>
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		<pubDate>Mon, 27 Jun 2016 13:30:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator><![CDATA[cliente]]></dc:creator>
				<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[muscolo]]></category>
		<category><![CDATA[riscaldamento]]></category>
		<category><![CDATA[stretching]]></category>

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		<description><![CDATA[Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p align="justify"><img class=" size-medium wp-image-350 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/06/11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377-300x169.jpg" alt="11823699-10204551779704483-801105323-n.600x420.30377" width="300" height="169" /></p>
<p align="justify">Il riscaldamento che precede   un   allenamento   o   una   gara   è   una   fase   molto   importante   e  delicata,   che non   deve   essere   per   nessun   motivo   trascurata   o   sottovalutata.   Infatti,   un  riscaldamento   troppo   breve o, all’opposto,   troppo   lungo,   può   essere   inefficace   e  compromettere   la   prestazione.   Inoltre,   l’intensità con cui   si   svolge   il   riscaldamento   è   un  fattore  di  notevole  importanza  per  le  possibili  ripercussioni sull’attività muscolare.</p>
<p align="justify">Il   riscaldamento   è   la   fase   in   cui   si   prepara   l’organismo   sia   da   un   punto   di   vista   fisico, sia psicologico,  con  una  durata  che  va  dai  10’  ai  25’.</p>
<p align="justify">Gli  obiettivi  del  riscaldamento  sono  molteplici:</p>
<ol>
<li>
<p align="justify">Aumentare  la  temperatura  corporea  (39  °C)  in  modo  da:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">facilitare  le  reazioni  biochimiche  soprattutto  all’interno  del  muscolo  (con  una  temperatura più  alta l’ossigeno,  si  dissocia  più  velocemente  dall’emoglobina,  Hb,  e  viene  ceduto  alla mioglobina,  che ha  un’affinità  maggiore  per  l’ossigeno  rispetto  all’emoglobina);</p>
</li>
<li>
<p align="justify">velocizzare  la  conduzione  degli  impulsi  nervosi;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">ridurre  gli  attriti  articolari  e  la  viscosità  del  tessuto  muscolare;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">aumentare  il  flusso  sanguigno  nei  muscoli  attivati.</p>
</li>
</ul>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre  organi  e  apparati  a  intensità  più  elevate; infatti,  la  frequenza  cardiaca  (FC)  aumenta  e viene trasportato  più  sangue  nei  muscoli  impegnati,  riducendo  temporaneamente  l’irrorazione  ai  muscoli meno coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Predisporre   l’organismo   alla   corretta   coordinazione   del   gesto,   attraverso   il  miglioramento  della coordinazione intra e intermuscolare,  attivando  muscoli,  articolazioni  e  segmenti  ossei  che  saranno maggiormente  coinvolti.</p>
</li>
<li>
<p align="justify">Prevenire  e  ridurre  i  rischi  di  infortunio muscolari,  tendinei  ed  articolari,  in  quanto  un muscolo  “freddo” è  più  soggetto  a  lesioni  rispetto  al  muscolo  “caldo”. Tradizionalmente  il  riscaldamento  viene  suddiviso in  due fasi:</p>
<ul>
<li>
<p align="justify">una  parte generale,  in  cui  si  ricerca  l’aumento  della  temperatura  corporea,  una  migliore  fluidità articolare ecc;</p>
</li>
<li>
<p align="justify">una parte specifica, dove  si  aumenta  progressivamente  l’intensità  e  si  propongono  attività più specifiche  e correlate  con  la  prestazione.</p>
</li>
</ul>
</li>
</ol>
<p align="justify">Non   esistono   protocolli   standardizzati   di   riscaldamento,   poiché   ci   sono   troppe   differenze interindividuali, ma  si  possono  senz’altro  seguire  alcune  linee  guida.</p>
<p align="justify"><strong>Prima  fase</strong>,  “<b><strong>RAISE</strong></b>”: dall’inglese  “innalzare”,  aumentare  temperatura,  frequenza  cardiaca,  frequenza respiratoria, flusso  sanguigno  ai  muscoli  e  fluidità  delle  articolazioni  attraverso  attività  a  bassa  intensità.</p>
<p align="justify">Negli   sport   di   squadra   questa   fase   può   essere   effettuata   anche   attraverso   esercizi   tecnici  specifici (sport  skills),  ma  sempre  a  bassa  intensità.</p>
<div id="pageContainer2" dir="ltr">
<div id="textLayer2" dir="ltr">
<p><strong>Seconda  fase</strong>,  “<b><strong>ACTIVE  AND  MOBILIZE</strong></b>”: in  questa  fase  si  attivano  i  gruppi  muscolari  da  impegnare  e  si mobilizzano  le  articolazioni  raggiungendo   un   Range   of   Motion   (ROM)   specifico.   Ovviamente   l’attivazione muscolare   è  specifica  per  l’attività/sport.  Sulla  mobilizzazione  si  potrebbe  aprire  una  discussione  senza fine; in   passato   si   usava   quasi   esclusivamente   lo  stretching statico (Anderson) e  quindi  distrettuale;  gli orientamenti  attuali  preferiscono  lavorare  sul  movimento,  con  il  metodo  dello  stretching dinamico, per tre motivi  principali:</p>
<ul>
<li>la  natura  dinamica  degli  esercizi  permette  di  mantenere  gli  effetti  della  fase  di  “RAISE”;</li>
<li>gli  esercizi  sono  più  specifici  e  permettono  alla  muscolatura  di  rimanere  attiva,  ma  a  bassa intensità;</li>
<li>ottimizzazione  dei tempi.</li>
</ul>
<p>Terza  fase,  “<b><strong>POTENTATION</strong></b>”: in  questa  fase  si  ha  un  graduale  passaggio  dalla  bassa  intensità  all’alta intensità  e  da  esercizi  generali  a esercizi  specifici.  Il  primo  obiettivo  di  questa  fase  è  quello  di  arrivare  in maniera progressiva  a  intensità specifiche,  simili  a  quelle  dell’attività  per  cui  ci  si  prepara.  In  secondo luogo si  cerca  di  stimolare  il <b><strong>PAP  EFFECT</strong></b>,  Post-­Activation Potentiation, per  migliorare  la performance  (soprattutto muscolare)  di  forza  e  potenza.</p>
</div>
</div>
<div id="Sezione1" dir="ltr">
<div id="Sezione2" dir="ltr">
<p>Lo   stretching   nel   riscaldamento   è   di   uso   comune   ma   non   può   essere   pensata   come   unico mezzo di riscaldamento.  Per  molti  autori  oltre  ad  essere  del  tutto  inefficace,  è  anche  dannoso. Secondo   Alter, infatti, l’allungamento   del   muscolo   provocherebbe   unno   schiacciamento   dei  capillari  perimuscolari  con conseguente ischemia  da  contrazione  isometrica  eccentrica.  Non dimentichiamo  infatti  che  l’azione  muscolare dello stretching  è  molto  simile  a  ciò  che  avviene durante  una  contrazione  eccentrica.</p>
<p>Molti  autori  sconsigliano  lo  stretching  come  unico  mezzo  sia  prima  di  una  competizione  che  di una  gara, ma consigliano  il  suo  inserimento  in  maniera  controllata  e  soprattutto  idonea  al successivo  impegno  da svolgere.</p>
<p>È  consigliato  un  numero  limitato  di  esercizi  di  allungamento  accompagnato   da   esercizi   di   vascolarizzazione</p>
<p>(contrazioni   dinamiche,   non   isometriche,  contro  resistenza)  per  produrre  l’effetto  pompa  nel  muscolo (Chatard).  Alternare  contrazioni muscolari  dell’antagonista  e  dell’agonista  è  di  norma  sufficiente  per  allungare la  muscolatura interessata.</p>
<h3 class="western">Riscaldamento e temperatura esterna</h3>
<p>La  temperatura  esterna  influisce  sul  riscaldamento  e  può  modificare  i  suoi  effetti  fisiologici. Quando  le temperature  sono  elevate  si  può  andare  in  contro  a  crampi,  disidratazione,  nausea, che  condizionano  il riscaldamento  e  la  fase  successiva.  In  questi  casi  si  consiglia  di  diminuire leggermente   il   tempo   totale   del riscaldamento,   evitare   troppi   minuti   di   corsa   ed   idratarsi durante  e  dopo  lo  svolgimento  del riscaldamento stesso.</p>
</div>
</div>
<div id="pageContainer3" dir="ltr">
<div id="textLayer3" dir="ltr">
<p align="justify">Quando  le  temperature  sono  rigide  è  importante  prima  di  tutto  utilizzare  un  abbigliamento appropriato  alla bassa  temperatura,  inserire  qualche  minuto  in  più  di  corsa,  preferire  esercizi di  mobilizzazione  dinamica  a scapito  di  quelli  statici  ed  evitare  troppi  “tempi  morti”.</p>
<p align="justify">fonte: <a href="http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/">http://www.lascienzainpalestra.it/riscaldamento/</a></p>
</div>
</div>
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		<title>sindrome di Osgood-Schlatter</title>
		<link>http://www.riabilitart.it/sindrome-di-osgood-schlatter/</link>
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		<pubDate>Sat, 12 Mar 2016 12:08:42 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[fisioterapia]]></category>
		<category><![CDATA[crescita]]></category>
		<category><![CDATA[osgood schlatter]]></category>
		<category><![CDATA[tendine rotuleo]]></category>
		<category><![CDATA[tendinite]]></category>

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		<description><![CDATA[La sindrome di Osgood-Schlatter, nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi. Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg"><img class=" size-full wp-image-342 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/03/osgood-schlatter.jpg" alt="osgood schlatter" width="279" height="181" /></a></p>
<p>La sindrome di Osgood-Schlatter<em><strong>, </strong></em>nota come osteocondrosi dell’apofisi tibiale anteriore, è una patologia infiammatorio-degenerativa a carico della tuberosità tibiale. È una delle varie forme di osteocondrosi.</p>
<p>Il morbo di Osgood-Schlatter interessa sia femmine che maschi, ma in questi ultimi la frequenza è tre volte superiore. Nei soggetti di sesso maschile la patologia si manifesta generalmente nel periodo compreso tra gli 11 e i 15 anni di età, mentre nelle femmine in quello compreso fra gli 8 e i 13 anni; ciò è dovuto al fatto che nel sesso femminile il processo di ossificazione dell’apofisi tibiale inizia più precocemente. Nel 25-30% dei casi circa, la malattia di Osgood-Schlatter colpisce bilateralmente.</p>
<p class="subtitle"><strong>LE CAUSE</strong></p>
<p>Solitamente, i soggetti colpiti dal morbo di Osgood-Schlatter sono bambini che praticano sport in modo attivo, si riscontra specialmente in quelli che usano largamente il muscolo quadricipite (come accade, per esempio, nell’atletica, nel basket, nel calcio, nella danza, nel pattinaggio ecc.); la patologia è dovuta infatti alla ripetuta azione traumatica causata dalla trazione del tendine rotuleo sulla sua inserzione a livello dell’apofisi tibiale nella fase di contrazione del muscolo estensore della gamba (ovvero il quadricipite); il morbo di Osgood-Schlatter ricorre spesso per esempio nei soggetti maschi di giovane età, specialmente se di alta statura, che praticano la danza classica; questo a motivo della forza esplosiva richiesta per eseguire i salti; anche i <em>plié</em> (i movimenti che prevedono il piegamento di uno o di entrambi i ginocchi) possono, a lungo andare, creare problematiche a livello dell’apofisi tibiale.</p>
<p>Il problema si verifica essenzialmente a causa delle microfratture cartilaginee (e conseguente infiammazione) legate alle ripetute estensioni del ginocchio effettuate nel corso dell’attività fisica; l’infiammazione che si verifica provoca dolore e tumefazione, in particolar modo nel periodo post-attività. Una volta che l’apofisi tibiale è completamente ossificata, l’inserzione del tendine rotuleo non avviene più su una struttura cartilaginea, di per sé piuttosto delicata, ma su una zona ossea e, conseguentemente, il dolore viene a cessare.</p>
<p class="subtitle"><b>I SINTOMI</b></p>
<p>La sintomatologia del morbo di Osgood-Schlatter è caratterizzata, come già accennato nel paragrafo precedente, dal dolore, generalmente localizzato a livello del terzo inferiore del tendine; talvolta però si riscontra un’irradiazione verso la rotula o la tibia; l’intensità del dolore è maggiore al termine dei movimenti di flessione o di estensione del ginocchio; in alcuni casi è possibile riscontrare la formazione di una tumefazione locale.</p>
<p>Una complicanza abbastanza frequente della sindrome di Osgood-Schlatter è la formazione di una salienza ossea che in genere è abbastanza piccola e non procura dolore a meno che non sia sottoposta a una discreta pressione diretta; in alcuni casi è possibile la formazione di calcificazioni intra-tendinee che potrebbero essere, in età adulta, causa di processi infiammatori.</p>
<p>Un’altra complicanza, invero molto rara, che potrebbe verificarsi è il distacco della tuberosità tibiale.</p>
<p class="subtitle"><b>LA DIAGNOSI</b></p>
<p>La diagnosi della malattia di Osgood-Schlatter non pone particolari problemi e lo specialista potrebbe effettuarla basandosi soltanto sulla presenza di dolore e tumefazione a livello dell’apofisi tibiale. Spesso, comunque, il medico prescrive una radiografia.</p>
<p>L’esame radiografico, generalmente, viene effettuato anche sull’arto controlaterale per permettere una migliore valutazione delle condizioni della tuberosità della tibia; il reperto radiografico mostra spesso una tuberosità tibiale dall’aspetto irregolare e in qualche caso frammentato.</p>
<p>L’indagine radiografica, oltre a precisare lo stadio di evoluzione della malattia, consente di verificare la presenza o meno di altre forme di osteocondrosi a carico del ginocchio.</p>
<p class="subtitle"><b>TRATTAMENTO</b></p>
<p>L’approccio terapeutico al morbo di Osgood-Schlatter è abbastanza semplice e si avvale in prima istanza della sospensione dell’attività sportiva traumatica che, a seconda del grado di gravità della malattia, potrebbe durare diverse settimane o addirittura alcuni mesi. In questo senso, il morbo di Osgood-Schlatter ha un peso abbastanza rilevante nella vita dei ragazzi.</p>
<p>Nella fase acuta è possibile ricorrere alla crioterapia e a farmaci di tipo analgesico sia locali che sistemici. Il ricorso ai fans deve comunque essere effettuato con una certa cautela in quanto si tratta di farmaci con effetti collaterali di non poco conto.</p>
<p>Alcuni autori propongono anche l’immobilizzazione del ginocchio tramite una ginocchiera gessata (Ehrenborg, il primo autore a sostenere l’utilità dell’immobilizzazione, aveva osservato una riduzione dei tempi necessari alla guarigione pari a circa il 50%), ma tale pratica non trova tutti concordi.</p>
<p>sicuramente interventi fondamentali da effettuare sono sedute di tecar terapia che hanno dimostrato di ridurre notevolmente i tempi di recupero. Il ricorso alla chirurgia è da considerarsi un’evenienza molto rara, se non addirittura rarissima, da riservarsi a casi particolarmente gravi.</p>
<p>Superata la fase acuta, quando il quadro clinico lo permette, è possibile iniziare la fase rieducativa, primo step di una lenta, ma graduale ripresa dell’attività sportiva; il programma rieducativo avrà lo scopo di rinforzare la muscolatura, soprattutto il quadricipite e i muscoli ischio-crurali. Alcuni autori consigliano l’effettuazione di esercizi di stretching del muscolo quadricipite allo scopo di diminuire la trazione che il tendine rotuleo esercita sull’apofisi tibiale.</p>
<p>In questa fase di ripresa è possibile praticare sport atraumatici come il nuoto, eccezion fatta per lo stile a rana, e il ciclismo, ovviamente su percorsi facili e pianeggianti.</p>
<p>Il decorso della malattia è generalmente benigno e ha una durata media di circa due anni.</p>
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		<title>LO STRESS</title>
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		<pubDate>Tue, 23 Feb 2016 13:44:56 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[dolore]]></category>
		<category><![CDATA[generalità]]></category>
		<category><![CDATA[neurovegetativo]]></category>
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		<category><![CDATA[simpatico]]></category>
		<category><![CDATA[stress]]></category>

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		<description><![CDATA[Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo. Risposta “combatti o fuggi” E’ di Cannon la descrizione della [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS.png"><img class="alignnone size-medium wp-image-336" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/02/STRESS-294x300.png" alt="STRESS" width="294" height="300" /></a></p>
<p>Condizioni patologiche legate allo stress sono state soggetto di studio della scienza sin dal 1911, quando il fisiologo americano Walter B. Cannon applicò il concetto ingegneristico di stress in ambito fisiologico, suggerendo che gli stimoli emozionali potessero esseri capaci di causare danni fisici al corpo.</p>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph"><strong>Risposta “combatti o fuggi”</strong></div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">E’ di Cannon la descrizione della risposta allo stress acuto, conosciuta anche come la risposta “combatti o fuggi”, o “fight or flight”, termine da esso coniato intorno al 1930. Si tratta di una reazione fisiologica che si verifica in presenza di qualcosa terrificante, sia mentalmente che fisicamente.<br />
Egli si rese conto che una catena di reazioni, che si verificano rapidamente all’interno del corpo, aiutano mobilitare le risorse dell’organismo per affrontare situazioni minacciose.</div>
<div class="paragraph">In risposta allo stress acuto, il sistema nervoso simpatico del corpo è attivato a causa dell’improvviso rilascio di ormoni, stimolando le ghiandole surrenali e innescando il rilascio di catecolamine, tra cui l’adrenalina e la noradrenalina. Ciò si traduce in un aumento della frequenza cardiaca e respiratoria e della pressione sanguigna. Dopo che la minaccia svanisce, ci vogliono da 20 a 60 minuti per l’organismo ritornare ai livelli normali pre-eccitazione.</div>
<div class="paragraph">In sostanza, questa risposta prepara il corpo per combattere o fuggire dalla minaccia. E’ importante notare che la risposta può essere attivata da minacce sia reali che immaginarie.</div>
<p>Cannon ha sviluppato anche il<strong> concetto di omeostasi</strong>, prendendo spunto dall’idea di ambiente interno formulata da <strong>Claude Bernard</strong>. Altri teorici continuarono a sviluppare l’idea che l’organismo cerca di mantenere l’<strong>Omeostasi</strong> e di rispondere a sfide inaspettate.</p>
<p>Hans Selye, nel 1935, propose la teoria della “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>”, che esaminava l’azione e le conseguenze degli stressor, ossia i fattori di stress sulla salute dell’organismo. Il suo ragionamento suggerì che ogni organismo debba essere capace di adattarsi all’ambiente e alle condizioni sociali “<em>stressanti</em>” e, potenzialmente, a rischio di vita.<br />
Queste risposte adattative devono essere non specifiche, perché devono essere capaci di rispondere ad una miriade di condizioni estreme, che sia estremo calore o freddo, mancanza di cibo, trauma, malattia o condizioni psicologiche come paura.</p>
<p>Il fattore limite di questa capacità, secondo Selye, era l’energia d’adattamento dell’organismo. Cioè, il corpo è capace di adattarsi agli stressor fino ad un certo punto. <strong>Stress prolungati</strong> possono diminuire o esaurire questa capacità e, quando ciò avviene, il corpo è sottoposto a rischio di male-adattamento e malattia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sindrome Generale di Adattamento</strong></p>
<p>La “<em>Sindrome Generale di Adattamento</em>” è la risposta che l’organismo mette in atto quando è soggetto agli effetti prolungati di svariati tipi di <em>stressor</em>.</p>
<p>Gli <strong>stressors</strong>, o fattori stressanti, più comuni sono:</p>
<div class="paragraph">
<ol>
<li><strong>Biologici</strong>: batteri, virus, parassiti, muffe, funghi ecc.</li>
<li><strong>Chimici</strong>: tossine, pesticidi, metalli pesanti, tabacco, stupefacenti ecc.</li>
<li><strong>Ambientali</strong>: campi elettromagnetici, radiazioni, cambiamenti barometrici o di altitudine, allergeni, obblighi o richieste dell’ambiente sociale ecc.</li>
<li><strong>Nutrizionali</strong>: intolleranze o allergia ad alimenti.</li>
<li><strong>Fisici</strong>: trauma, interventi chirurgici, lesioni, insonnia, infezioni, fatica, gravidanza ecc.</li>
<li><strong>Psicologici</strong>: rabbia, paura, ansietà,  depressione, impegni lavorativi ecc.</li>
<li><strong>Spirituali</strong>: perdita del senso della vita, malattie dell’anima.</li>
</ol>
<p>Tutti questi fattori minacciano la normale <strong>Omeostasi </strong>del corpo, e affliggono fortemente le funzioni fisiologiche e psicologiche.</div>
<div class="paragraph">Secondo Selye, l’evoluzione della sindrome d’adattamento avviene in tre fasi principali, ognuna relazionata ad un <strong>meccanismo biochimico</strong> e un’<strong>attività metabolica</strong>:</div>
<div class="paragraph"></div>
<div class="paragraph">
<em><strong>Allarme:</strong></em></p>
<ul>
<li>L’organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento, sia fisici che mentali.</li>
<li>Es. aumento del battito cardiaco, della pressione sanguigna, del tono muscolare e dell’eccitazione (attivazione psicofisiologica).</li>
<li>Risposta adattativa allo stress, l’<strong>asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA)</strong> attiva il sistema nervoso e le ghiandole surrenali.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Resistenza:</strong></em></p>
<ul>
<li>Il corpo tenta di combattere e contrastare gli effetti negativi dell’affaticamento prolungato, producendo risposte ormonali specifiche da varie ghiandole.</li>
<li>Es. ghiandole surrenali.</li>
<li>Adattamento allo stress.</li>
<li>Fase anabolica.</li>
</ul>
<p><em><strong>Esaurimento</strong></em>:</p>
<ul>
<li>Se gli stressor continuano ad agire ripetutamente, il soggetto può venire sopraffatto e possono prodursi effetti sfavorevoli permanenti a carico della struttura psichica e/o somatica.</li>
<li>Perdita della capacità d’adattamento.</li>
<li>Fase catabolica.</li>
</ul>
</div>
<p>Dipendendo dalla fase, lo <strong>stress </strong>può portare a delle alterazioni a livello ormonale, così come nel sistema immunitario, cardiaco e nelle funzioni gastro-intestinali.<br />
<strong>Stress prolungati </strong>comportano effetti prevedibili sul corpo, e le conseguenze psicologiche e fisiologiche di uno stress acuto o cronico possono perdurare ben oltre la fine dell’evento stressante di per sé. Gli studi di H. Selye, basati sul concetto di <strong>Omeostasi</strong>, continuano ad essere la base della ricerca sullo stress e le patologie ad esso collegate. Tuttavia, più recentemente alcuni ricercatori stanno rivisitando<strong> il concetto di stress e il ruolo dell’Omeostasi</strong>, sotto una nuova luce.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>fonte: www.marcopaonessa.it</p>
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		<title>PERIOSTITE TIBIALE</title>
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		<pubDate>Wed, 13 Jan 2016 13:48:33 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>

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		<description><![CDATA[La periostite è un processo infiammatorio a carico del periostio. Il periostio è la membrana che avvolge le ossa e che svolge una funzione di protezione, nutrimento e rigenerazione ossea. Attraverso questa membrana, i muscoli si inseriscono all’osso tramite strutture tendinee o aponeurotiche. La patologia può interessare un solo osso (solitamente la tibia, nella sua [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/01/periostite-tibiale.jpg"><img class=" size-medium wp-image-330 aligncenter" src="http://www.riabilitart.it/wp-content/uploads/2016/01/periostite-tibiale-300x174.jpg" alt="periostite-tibiale" width="300" height="174" /></a></p>
<p>La periostite è un processo infiammatorio a carico del periostio. Il periostio è la membrana che avvolge le ossa e che svolge una funzione di protezione, nutrimento e rigenerazione ossea. Attraverso questa membrana, i muscoli si inseriscono all’osso tramite strutture tendinee o aponeurotiche. La patologia può interessare un solo osso (solitamente la tibia, nella sua forma più comune) oppure più elementi dello scheletro.</p>
<p>Nel corridore è molto frequente la periostite tibiale (detta anche <em>sindrome da stress tibiale mediale</em>). Questa è un’infiammazione del periostio che avvolge la tibia sul lato interno, causata da un sovraccarico funzionale all’origine del muscolo tibiale posteriore dall’osso. Un sovraccarico all’origine del tibiale posteriore si verifica con maggiore frequenza in caso di:</p>
<ul>
<li>piede cavo: il piede cavo mette eccessivamente in tensione le strutture posteriori;</li>
<li>pronazione del piede: il muscolo tibiale posteriore, essendo un supinatore, viene eccessivamente caricato nei piedi pronati.</li>
</ul>
<p><strong>CAUSE</strong></p>
<p>La periostite tibiale può insorgere quando i muscoli anteriori della gamba sono sottoposti a stress determinato da corsa, soprattutto su superfici dure o in punta di piedi a lungo, o da attività sportive che comprendono salti. Nei runner, in particolare, le cause che più frequentemente scatenano la periostite sono:</p>
<p>a) Abbinamento della corsa con altri sport (specie se richiedono frequenti salti, come il basket);<br />
e) Errata distribuzione del carico provocata da un’asimmetria nell’appoggio;<br />
b) Scarpe non idonee o prive di un’adeguata capacità di assorbire gli shock;<br />
c) Corsa in discesa;<br />
d) Sovrappeso.</p>
<p>Quindi, in generale, tutte quelle situazioni che aumentano il carico a danno della tibia. In alcuni casi, però, può non trattarsi di periostite tibiale, ma di altre patologie che pur presentano delle similitudini (es. <em>sindrome del muscolo tibiale anteriore</em> o <em>fratture da stress</em>).</p>
<p><strong>CHI COLPISCE</strong></p>
<p>I soggetti che più facilmente incorrono in questo tipo di patologia sono i runner e, in generale, tutti quegli sportivi che praticano la corsa come parte importante della loro preparazione e disciplina sportiva, come ad esempio i calciatori, i giocatori di basket, i rugbisti, i triatleti, ecc. Coloro che sono più predisposti alla periostite tibiale sono gli atleti con un piede cavo-pronato e, generalmente, la patologia sorge come conseguenza di un aumento degli allenamenti, sia in quantità (più frequenti) che qualità (intensità e sforzo). L’iperpronazione <span style="color: #000000;">(piede piatto)</span> è un altro fattore che può provocare un aumento di stress a carico dei muscoli della gamba durante l’attività fisica. Anche le persone con arco plantare molto pronunciato possono sviluppare disturbi da periostite tibiale poiché questo tipo di piede ha scarsa capacità di assorbire gli shock.</p>
<p><strong>SINTOMI</strong></p>
<p>Il sintomo principale con cui si presenta la periostite tibiale è un forte dolore circoscritto al margine mediale della tibia (circa 10 cm sopra la caviglia) e può interessare una zona più o meno ampia della stessa. Quando la patologia è nel suo stato iniziale, il dolore alla tibia scompare dopo aver percorso pochi chilometri, ma poi tende a ripresentarsi in maniera costante rendendo impossibile l’allenamento. In alcuni casi, può manifestarsi anche quando si è in fase di riposo.</p>
<p>Un primo controllo medico può rivelare la presenza della periostite tibiale. Infatti, il soggetto interessato avverte dolore alla presso-palpazione o anche attraverso la flessione plantare delle dita e del piede. In alcuni casi, si può notare un certo gonfiore nell’area interessata. L’esame radiografico consente di individuare situazioni anormali a carico del periostio. La scintigrafia ossea, in caso di esito negativo, consente di escludere altre patologie (es. <em>fratture da stress</em>).</p>
<p><strong>POSSIBILI RIMEDI</strong></p>
<p>Un intervento corretto deve prevedere il riconoscimento ed il trattamento efficace del difetto meccanico. La terapia deve inizialmente eliminare l’infiammazione locale e successivamente portare ad un recupero sportivo graduale, dopo aver compensato o corretto il piede. Un primo obiettivo, quindi, è evitare la cronicizzazione della patologia. A tal proposito, è caldamente consigliato un stop dall’attività sportiva per alcune settimane non appena ci si rende conto di avere la periostite tibiale (tramite controlli medici). L’infiammazione locale può essere eliminata in 3 modi:</p>
<ul>
<li><strong>Terapia medica</strong>: si avvale dei farmaci anti-infiammatori e mio-rilassanti.</li>
<li><strong>Terapia infiltrativa</strong>: si può avvalere dei cortisonici somministrati per via locale. Una terapia più sicura, però, è rappresentata dalle infiltrazioni di ossigeno-ozono, che hanno effetti anti-infiammatori, senza gli effetti negativi dei cortisonici.</li>
<li><strong>Terapia fisica</strong>: i mezzi fisici più adeguati a sfiammare localmente una periostite tibiale sono la tecarterapia e l’ultrasuonoterapia.</li>
</ul>
<p>Si può anche intervenire con la <strong>crioterapia</strong> (particolare terapia che fa uso del ghiaccio). Se al termine di questa prima cura il problema non passa, il medico quasi certamente consiglierà degli esami più approfonditi (risonanza magnetica o scintografia, in modo da escludere eventuali fratture da stress) e, quindi, cure adeguate alla situazione rilevata. Sicuramente, passato il problema, è necessario prepararsi al meglio prima di riprendere l’attività sportiva, come ad esempio una riabilitazione muscolare piuttosto che la scelta di scarpe adeguate, oltre che di solette o plantari in grado di migliorare l’appoggio del piede e proteggerlo da ulteriori traumi.</p>
<p><strong>PREVENZIONE</strong></p>
<p>Il modo migliore per prevenire la periostite tibiale è l’allungamento e il rafforzamento dei muscoli della gamba, indossare calzature con buona capacità di assorbimento degli shock, evitare di correre su superfici dure o di correre eccessivamente o di saltare in punta di piedi. Sono inoltre importanti solette o ortesi che offrano sostegno all’arco plantare per iperpronazione.</p>
<p>&nbsp;</p>
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